Ci sono dei sogni non ordinari che chiedono di essere ascoltati e assecondati. Perseguirli richiede tanta forza, coraggio e perseveranza perché spesso ci chiedono di andare controcorrente, lontani dalle aspettative e dai giudizi degli altri.
Riuscire a creare con essi la propria realtà concreta significa vivere in coerenza con sé stessi e abbracciare a pieno la tanto agognata felicità di cui tanti parlano ma che pochi si impegnano nel raggiungerla. Di “sogni non ordinari” ne sa qualcosa il giovane scrittore Riccardo Bertoldi che, tornato di recente in libreria con “Tutto inizia quando smetti di aspettare” edito da Rizzoli, ad un certo punto della sua esistenza ha deciso di non accontentarsi di “sopravvivere”.
La sua fase di evoluzione è iniziata nel momento in cui ha deciso di non sprecare più tempo, energie ed emozioni lasciandosi influenzare dai giudizi altrui, cercando conferme e approvazione. Attraverso scelte concrete e decidendo di intraprendere un viaggio in giro per il mondo, Bertoldi ha rivoluzionato il suo modo di essere, mettendosi in gioco, affrontando le sue paure e crepe, accettando le fragilità e soprattutto allargando i propri orizzonti su nuove culture e stili di vita senza giudicare o etichettare.
Ce lo racconta in questa intervista accurata che trasuda tanto amore per la vita e ci fa capire quanto la felicità dipenda tutto da noi e da come decidiamo di condurre la nostra esistenza.
Riccardo, si parla tanto di ricerca della felicità e di quanto sia difficile perseguirla. Qual è il suo concetto di essa?
“Ho trascorso la mia vita intera a provare a rispondere a questa domanda.
Me lo chiedevo quando mi immaginavo altrove, quando da adolescente ho iniziato a scrivere le mie prime storie e sognavo che un giorno qualcuno le leggesse, quando vedevo i miei amici realizzarsi e “avere le idee” chiare mentre io ero confuso.
Me lo chiedevo anche quando ho visto mio padre venire consumato dalla malattia, quando avevo una paga che a fatica mi permetteva di arrivare a fine mese e che ricevevo in cambio di tutto il tempo che non stavo utilizzando per vivere.
“Sarò felice quando avrò la possibilità di far finire tutto questo” mi dicevo.
Pensavo che sarei stato felice quando avrei viaggiato, quando avrei avuto abbastanza soldi da non dover giustificare ogni mia scelta o ogni mio sogno e mi sarei sentito libero.
E poi, alla fine, si è avverato tutto.
Ho potuto viaggiare per un tempo così lungo che non vedevo la fine, ho avuto abbastanza soldi da pagarmi cene, voli, vestiti che mi facessero sentire me stesso e vivo raccontando storie.
Ma quello che ho capito è che una parte di noi rimarrà sempre incompleta.
Perché nella vita, quando si raggiunge un sogno, poi se ne desidera subito uno più grande. Nella vita manca sempre qualcosa.
Allora ho capito che se inseguiamo la felicità, siamo sul sentiero sbagliato, perché dipende sempre da ciò che abbiamo.
Se abbiamo una casa con una stanza sola, desideriamo una casa con due; se abbiamo due stanze, sogniamo il giardino, e, se abbiamo il giardino, cominciamo a pensare alla piscina. È proprio questo che è accaduto anche a me.
Ecco, lì, ho capito che la felicità non dipende da ciò che hai, da ciò che raggiungi, da come sei amato.
Dipende da come ami tu.
Ecco, questa è l’insegnamento più importante che ho imparato nella mia vita.
Ho imparato che non erano importanti le cose, il mio lavoro, mio padre, i miei amici, i libri, i viaggi.
Non erano nemmeno i risultati che poi ho raggiunto o i sogni che avevo realizzato.
Era sempre stato l’amore che ci mettevo. Era il modo in cui io ero presente, lì, per davvero, con tutta me stesso, concentrato, in equilibrio dentro di me e connesso con tutto quello che avevo accanto. Era il modo con cui riuscivo a sentire.
È questo quello che fa la differenza. L’amore che ci metti durante il processo, la tua capacità di chiudere gli occhi e di vivere nella sua totalità quel piccolo attimo che non tornerà mai più.
Penso che non sia la felicità, a cui dobbiamo mirare.
Ma all’amore con cui facciamo le cose”.

La differenza tra “vivere davvero” e “sopravvivere” può influire sul raggiungimento di essa?
“Influisce totalmente, anzi, secondo me ne è la chiave di volta. Per gran parte della mia vita ho pensato che “sopravvivere” fosse l’unica opzione sensata: avevo un lavoro sicuro e una relazione stabile, dei buoni amici, un buon stipendio. Tutte cose che sulla carta avrebbero dovuto rendermi felice. Ma la verità è che avevo la sensazione di essere in gabbia, perché io volevo essere libero. Volevo avere tempo di vivere l’unica vita che ho e di riempire le mie giornate con le cose che amo. Sopravvivere significa accontentarsi, restare dove si è per il timore di soffrire o di fallire, continuando a rimandare la propria felicità a un domani che, come mi ha insegnato la malattia di mio padre, potrebbe anche non arrivare mai”.
Quando ha capito che la vita che conduceva prima di partire in giro per il mondo non era all’altezza dei tuoi sogni?
“L’ho capito nel momento più inaspettato, attraverso un paradosso: quando ho ottenuto tutto ciò che la società mi diceva fosse necessario per essere felice. Avevo un lavoro sicuro, una relazione, una casa piccola ma accogliente, dei buoni amici, perfino un buon stipendio.
Eppure, proprio in quella stabilità, ho iniziato a sentirmi morire dentro. La mattina mi svegliavo con un senso di vuoto e mi rendevo conto che stavo solo eseguendo un copione scritto da altri, accumulando giorni tutti uguali in cui l’unica prospettiva era aspettare il fine settimana o le vacanze. Ho capito che quella vita non era all’altezza dei miei sogni quando ho realizzato che stavo barattando il mio tempo e la mia felicità in cambio della sicurezza, e che la paura di cambiare era l’unica cosa che mi teneva ancorato a quella scrivania.
I miei sogni non potevano respirare in un posto dove l’obiettivo principale era semplicemente non rischiare. È stato allora che ho capito che dovevo fermarmi, fare i bagagli e andarmene, perché restare avrebbe significato rinunciare a me stesso.
Con Tutto inizia quando smetti di aspettare, tuttavia, non voglio invitare le persone a mollare tutto e partire per il mondo, perché quella era la mia forma di felicità, e per ognuno è diversa.
Magari per qualcuno è fare una famiglia, avere dei figli, degli animali, un orto di cui prendersi cura. Magari per qualcun altro è diventare avvocato, fotografo, cameriere.
Non è importante.
Io credo che l’importante sia lottare per costruirsi una vita sulla propria felicità, qualsiasi essa sia.
Sulla sua esperienza di vita ha infatti pubblicato di recente con Rizzoli “Tutto inizia quando smetti di aspettare”. Mettere nero su bianco il suo processo di evoluzione che effetto le ha fatto?
“Mettere nero su bianco la mia storia è stato un processo incredibilmente terapeutico, ma anche profondamente faticoso.
Quando scrivi un libro del genere, non stai semplicemente raccontando dei fatti; stai riaprendo ferite che pensavi si fossero rimarginate. Ho dovuto fare i conti di nuovo con i momenti più bui del mio percorso: la paura paralizzante prima di licenziarmi, la solitudine e quelle lacrime che a volte mi facevano mancare il respiro nei mesi successivi alla mia scelta.
Rivedere tutta quella sofferenza stampata sulle pagine, però, mi ha fatto un effetto strano ma bellissimo: mi ha permesso di fare pace con il mio passato.
Mi ha aiutato a capire che ogni momento di vuoto e ogni lacrima sono stati necessari per fare spazio alla persona che sono diventato.
Inoltre, sapere che le mie fragilità e i miei errori oggi possono diventare uno specchio per chi legge, una spinta a trovare il coraggio di smettere di aspettare, dà un senso immenso a tutto quello che ho vissuto.
È stato come fare un passo indietro, guardare il quadro della mia vita dall’alto e dire a me stesso: “Ne è valsa la pena””.

Ha mai avuto qualche ripensamento riguardo la sua scelta di vita?
“No, mai. Se guardo indietro, non ho mai avuto un solo secondo di ripensamento sulla decisione di cambiare rotta, anche se questo non significa che sia stato facile.
Ci sono stati momenti durissimi, specialmente all’inizio. In quei giorni di buio totale è capitato di provare paura, ma la paura è una cosa diversa dal rimpianto…”.
Meglio vivere una vita di rimorsi o una di rimpianti e perché?
“Senza alcun dubbio, è infinitamente meglio vivere una vita di rimorsi piuttosto che di rimpianti. Questo è forse il cuore pulsante di tutto il mio percorso e di ciò che ho voluto trasmettere in Tutto inizia quando smetti di aspettare.
Il rimorso è la conseguenza di una scelta. Significa che hai avuto il coraggio di rischiare, di fare un passo verso i tuoi sogni e che, malgrado le cose possano non essere andate come speravi, ci hai provato. Il rimorso brucia sul momento, ma fa parte del processo di crescita, di quel “vivere davvero” che comporta anche l’accettare di sbagliare o di soffrire.
Il rimpianto, invece, è il dolore sordo di chi è rimasto immobile per paura, guardando la propria vita scorrere dalla finestra, come stavo facendo io fino a un certo punto della mia vita.
Il rimpianto ti logora, perché ti lascia per sempre con la domanda più dolorosa di tutte: “Come sarebbe andata se ci avessi provato?”“.
Nel suo libro racconta che in un periodo difficile ha messo in discussione il suo sentirti libero. La libertà esiste davvero o siamo sempre dispendenti dalle aspettative e dall’approvazione altrui? Come tutelarla?
“La libertà esiste, ma credo non sia un traguardo statico, ma una conquista quotidiana.
Quando ho mollato tutto e sono partito, pensavo che la libertà coincidesse con il viaggio, con l’assenza di vincoli geografici o professionali. Ma la verità, che ho scoperto a mie spese in quel periodo difficile di buio e solitudine, è che puoi scappare anche dall’altra parte del mondo, ma se ti porti dietro il bisogno disperato di essere approvato dagli altri, resti comunque un prigioniero. Siamo nati in una società che ci educa a soddisfare le aspettative altrui, dei genitori, degli amici, dei colleghi, e sradicare questa dipendenza è difficilissimo.
Per me la libertà ha iniziato a esistere davvero solo quando ho smesso di cercare conferme fuori e ho iniziato a cercarle dentro di me.
Come tutelarla? Io credo che la vera libertà non sia poter fare tutto ciò che si vuole, ma piuttosto vivere una vita allineata ai propri valori. Sei libero quando inizi a vivere seguendo ciò che senti. Tuteli la tua libertà quando accetti il rischio di non piacere a tutti, di deludere le aspettative di chi ti voleva “al sicuro” e quando trovi il coraggio di stare nel silenzio ad ascoltare i tuoi bisogni autentici.
Solo quando smetti di aspettare che gli altri ti diano il permesso di essere felice, diventi finalmente libero”.
Per imparare ad essere fedeli a sé stessi quanto è importante essere selettivi nei rapporti interpersonali?
“È assolutamente vitale. Direi che è uno dei passi più dolorosi, ma necessari, del processo di rinascita che racconto in “Tutto inizia quando smetti di aspettare”.
Quando decidi di cambiare vita e di inseguire la tua verità, ti rendi conto che non tutti sono pronti ad accettare la tua evoluzione. Molte persone preferiscono vederti fermo dove sei, perché la tua staticità rassicura anche le loro paure. Essere selettivi non significa diventare egoisti o spietati, ma significa fare spazio. Significa proteggere quell’energia nuova che stai faticosamente cercando di costruire.
Per anni ho mantenuto relazioni per abitudine, per senso di colpa o solo per colmare il vuoto, ma ho capito che circondarsi di persone che non risuonano con la tua anima ti costringe inevitabilmente a rimpicciolirti per farti bastare nei loro spazi.
Per essere fedeli a sé stessi bisogna avere il coraggio di lasciare andare chi cammina in una direzione opposta o chi cerca di rimetterti dentro la vecchia gabbia.
Solo liberando il tavolo dai rapporti superficiali o tossici puoi fare posto a chi ti ama per quello che sei davvero, e non per il ruolo che ricopri”.
In un momento illuminante lei si è fatto una promessa “Mi prometto ogni tramonto”. Le andrebbe di spiegarla ai nostri lettori?
“Mi prometto ogni tramonto” è una promessa che racchiude tutto il senso del mio cammino. Quando si vive in modalità “sopravvivenza”, si passa il tempo a correre, a rincorrere le aspettative degli altri, a produrre e a rimandare la felicità a un domani che non arriva mai. In quella fretta costante, ci si dimentica di fermarsi.
Il tramonto, per sua natura, è il momento in cui la giornata si ferma, la luce cambia e la terra si prende una pausa prima del buio.
Promettersi ogni tramonto significa promettersi di esserci. Significa dire a sé stessi: “Non importa quanto sia stata caotica o difficile questa giornata, io stasera mi fermo, respiro e mi dedico questo momento nel presente”.
È un patto di presenza e di amore verso sé stessi.
I tramonti ci ricordano che la bellezza esiste a prescindere, ma che per vederla dobbiamo essere disposti a rallentare e ad accoglierla.
Questa frase è il mio modo per non dimenticare mai più da dove sono partito e per ricordarmi che la felicità non è una meta lontana, ma si nasconde nella capacità di regalarsi la meraviglia di ogni singolo giorno, senza più aspettare”.
Negli ultimi cinque anni ha visitato tanti Paesi in giro per il mondo che hanno cambiato inevitabilmente il suo modo di viaggiare schierandosi contro il turismo di massa che tende ad omologare attrattive, scenari, usi e costumi facendo perdere l’unicità di certe località. Nel suo libro ad un certo punto scrive “una volta che sarà tutto uguale che gusto avrà viaggiare? “. Ha trovato la risposta a questa domanda?
“Sì, l’ho trovata, ed è una risposta che mi fa male. Se tutto diventa uguale, se ogni angolo del mondo finisce per offrire lo stesso cibo, le stesse catene di negozi, la stessa estetica pensata solo per essere “instagrammabile”, allora viaggiare smette di essere una scoperta e diventa solo una forma di consumo. La rabbia che provo deriva proprio da questo: stiamo uccidendo l’anima dei luoghi per renderli più comodi e riconoscibili ai turisti, sacrificando l’autenticità per accontentare la massa.
La risposta, per me, è che quando tutto sarà uguale, viaggiare perderà ogni sapore perché non ci sarà più lo stupore dell’incontro con “l’altro”, con il diverso, con ciò che è imprevedibile.
Per me il gusto di viaggiare risiede nell’unicità, nella capacità di un luogo di conservare la sua identità, anche a costo di essere scomodo o difficile da capire. Se perdiamo quella diversità, se ci lasciamo omologare, stiamo solo scappando di casa per ritrovarci esattamente dove eravamo partiti, circondati dalle stesse identiche cose. Viaggiare senza cercare la diversità è solo un modo come un altro per evitare di vedere davvero il mondo, e di conseguenza, per evitare di vedere davvero noi stessi”.
Il Paese che le è rimasto tanto impresso negli ultimi cinque anni e che ti ha fatto “sentire a casa” …
“Se devo pensare al Paese che più mi è rimasto impresso negli ultimi cinque anni e che, paradossalmente, mi ha fatto sentire “a casa” pur essendo dall’altra parte del mondo, non posso che rispondere Bali, in Indonesia.
Quando sono atterrato, l’impatto è stato uno shock. Ti vendono quest’isola sui social come un paradiso di totale relax e meditazione, ma la realtà ti accoglie con il caos dei motorini, la guida a sinistra, un’umidità pazzesca e persino qualche imprevisto come la “Bali Belly”. Eppure, è proprio in quella realtà così cruda e autentica, tra i profumi dei warung e il rumore dell’oceano, che è scattato qualcosa.
A Bali ho trovato una community incredibile di nomadi digitali: persone che hanno ridefinito il concetto di tempo e di priorità, lavorando con il computer davanti al mare. Lì ho capito che “sentirsi a casa” non c’entra con le quattro mura in cui sei cresciuto, ma con la libertà di respirare chi sei davvero. Quell’isola mi ha costretto a guardarmi dentro e mi ha dato il coraggio di ricominciare”.

Un consiglio che darebbe a chi vorrebbe perseguire i propri sogni non ordinari…
“Il consiglio più grande che mi sento di dare è questo: non aspettare di essere “pronto” o di avere il piano perfetto, perché quel momento non arriverà mai.
I sogni non ordinari fanno paura proprio perché non hanno un sentiero già tracciato da altri.
Quando ho deciso di mollare tutto e partire, non avevo tutte le risposte. Avevo solo una grandissima fame di scoprire chi fossi davvero, al di là delle aspettative della società o di quello che gli altri consideravano “giusto” o “sicuro”.
Se continuiamo a muoverci solo dentro la nostra zona di comfort, finiremo per vivere la vita di qualcun altro.
Se dovessi riassumere i tre piccoli passi che per me sono stati fondamentali, sarebbero questi:
- È importante accettare il caos iniziale: Quando cerchi una strada nuova, l’inizio è sempre un po’ come il traffico di Bali: caotico, disorientante e pieno di imprevisti. Ma lo smarrimento è solo il segno che stai lasciando andare il vecchio per fare spazio al nuovo.
- È fondamentale circondarsi di persone che viaggiano sulla tua stessa lunghezza d’onda: Trovare una community, che siano i nomadi digitali incontrati in un caffè o persone che condividono la tua stessa visione, è vitale. Ti fa capire che non sei pazzo a voler cambiare vita.
- È importante ascoltare il cuore, non la paura: La paura ti dirà sempre di restare dove sei. Il cuore, invece, è quella voce che ti ricorda che il tempo vola e che meriti di essere felice alle tue condizioni.
Inseguire un sogno non ordinario non significa che sarà facile, ma ti garantisco che svegliarsi ogni giorno sapendo di essere gli artefici del proprio destino ripaga di ogni singolo sforzo.
Abbiate il coraggio di fare quel salto”.