Meriem Delacroix

Meriem Delacroix: «Non dipingo ciò che immagino, ma ciò che percepisco»

28 Giugno 2026

La realtà, per Meriem Delacroix, non è fatta soltanto di immagini. Una voce può avere un colore, un profumo può modificare uno spazio, il suono di un violino può assumere la consistenza del vino e tingersi di rosso. È la sinestesia, una particolare condizione neurologica che permette ai sensi di dialogare tra loro e che l’artista trasforma in opere capaci di rendere visibile ciò che normalmente resta invisibile. In questa intervista ci accompagna nel suo universo percettivo, raccontando il rapporto tra arte e neuroscienze, il valore della solitudine creativa e la necessità, in un mondo sempre più distratto, di tornare ad abitare davvero i nostri sensi.

Quando osserva una persona, le capita di percepire qualcosa che va oltre l’aspetto esteriore? Esiste un “colore dell’anima”?

Quando incontro una persona, la prima impressione non si ferma mai al volto. Una voce può cambiare completamente la percezione di uno spazio, un modo di muoversi può avere un ritmo preciso, una presenza può lasciare una traccia sensoriale difficile da spiegare, colori e forme prendono vita e ogni persona ha la sua “firma sinestetica”. Non parlerei di un “colore dell’anima” (o forse si?), però il profumo, il tono di voce e il modo di essere mi fanno percepire in ogni persona un colore ben definito. Un ritratto unico che una fotografia non può riprodurre“.

Se dovesse spiegare la sinestesia a qualcuno che non l’ha mai sperimentata, quale immagine userebbe?

Le direi di pensare all’ultima volta che una canzone le ha dato i brividi. Per un attimo il suono ha smesso di essere solo suono ed è diventato qualcosa di fisico. La sinestesia è un po’ questo, ma in modo continuo. I sensi collaborano invece di lavorare separatamente. Un profumo modifica un paesaggio, una voce cambia la forma di uno spazio, la musica occupa un luogo. Non è un esercizio di immaginazione: è il modo in cui arriva l’informazione: I violini hanno un colore rosso e sapore di vino, la forma del loro suono è allungata, così come la chitarra è arancio e ha un sapore più acido mentre la forma del suo suono è più ordinata e corta rispetto al violino. Ora, pensiamo di applicare questa percezione a tutta l’esperienza umana come il sapore del cibo, gli odori (nel bene e… nel male), ecc. È un iperstimolazione involontaria costante“.

Ci sono colori che associa al dolore e altri alla felicità? Che colore ha la serenità?

“Alcune persone pensano che i colori che utilizzo rappresentino le emozioni in modo simbolico. Nascono invece da una percezione sensoriale precisa. Ogni opera è la traduzione di un’esperienza reale, in cui suoni, odori, consistenze e movimento costruiscono una struttura visiva coerente. La serenità, ad esempio, non è un singolo colore: il suo colore è indaco, ma è anche una condizione percettiva di equilibrio fatta di materia, consistenza e odore. È l’insieme delle relazioni tra tutti gli elementi a renderla riconoscibile. Un po’ come l’esperienza della vita: ogni cosa non ha una sola faccia, una sola lettura“.

Molti artisti cercano l’ispirazione. Nel suo caso è l’ispirazione che cerca lei? Riesce mai a spegnere questo continuo flusso di percezioni?

“Per molto tempo pensavo che l’ispirazione fosse qualcosa da aspettare, ricercare, rincorrere. Poi ho capito che il problema era opposto: arrivava continuamente. Una giornata al mare, il rumore dell’acqua, il profumo della corteccia bagnata, la pioggia che cade… tutto entra contemporaneamente. La stessa esperienza di vita è ispirazione. Il vero lavoro non è cercare idee, ma scegliere quali trasformare in un’opera. Il flusso non si spegne mai, bisogna imparare a dialogarci.

Ogni ambiente produce una quantità enorme di informazioni sensoriali e il mio cervello le elabora continuamente. Il lavoro dell’artista, per me, consiste nel dare una forma a quella complessità. Le percezioni non si interrompono mai, neanche di notte quando anche il minimo rumore diventa un’esplosione di colori; ho imparato a trasformarle in un linguaggio invece che subirle“.

Ha vissuto la sinestesia più come un dono o come qualcosa da imparare ad accettare?

Per quasi trent’anni non sapevo che la sinestesia avesse un nome. Pensavo che il mondo fosse così per tutti. La diagnosi non mi ha regalato qualcosa che non avevo: mi ha dato una spiegazione, e come tramutare questa percezione in linguaggio. È stato come rileggere tutta la mia vita con una legenda che fino a quel momento mancava. Molte cose hanno finalmente trovato il loro posto e molte scelte che sembravano istintive hanno acquisito una spiegazione. È stato il momento in cui ricerca personale e ricerca artistica si sono finalmente incontrate“.

Kandinskij sosteneva che i colori possiedono un suono interiore. Si sente in qualche modo erede di quella tradizione di artisti sinestetici?  

Kandinskij ha avuto un’intuizione straordinaria: capire che il rapporto tra suono e colore poteva diventare un linguaggio artistico. Mi sento vicina a quella ricerca poiché uno dei temi che dipingo spesso è la musica, e oggi abbiamo anche uno strumento in più: la neuroscienza. Questo mi permette di raccontare la sinestesia non solo come una visione artistica, ma come un’esperienza percettiva reale. Oggi la mia ricerca si sviluppa da un punto di partenza diverso: la sinestesia come esperienza neurologica. Non dipingo un’interpretazione del suono, ma la sua manifestazione percettiva. Credo che questo permetta di costruire un dialogo nuovo tra arte contemporanea e neuroscienze.

Mi piace l’idea che arte e scienza possano finalmente parlare la stessa lingua“.

Lei parla spesso di iperstimolazione. Viviamo in una società che chiede di essere sempre connessi. Pensa che abbiamo perso la capacità di ascoltare davvero i nostri sensi?  

Siamo circondati da stimoli, ma raramente ci soffermiamo a sentirli davvero. Attraversiamo luoghi con le cuffie, mangiamo guardando uno schermo, ascoltiamo una persona mentre pensiamo già alla risposta. Forse il problema non è che ci siano troppi stimoli, ma che abbiamo smesso di abitarli.

Viviamo in una società estremamente ricca di esperienze ma sempre meno percettiva. Riceviamo continuamente informazioni, ma dedichiamo pochissimo tempo a osservarle davvero. La mia ricerca nasce proprio dall’idea opposta: rallentare l’esperienza per restituire dignità ai sensi. Molte delle cose che considero straordinarie sono già davanti ai nostri occhi. Semplicemente abbiamo smesso di fermarci abbastanza a lungo per accorgercene“.

La sua pittura nasce da una percezione multisensoriale. Quando si trova davanti alla tela, segue un processo preciso o si lascia guidare dalle sensazioni? Come nasce concretamente un’opera di Meriem Delacroix?

“Ogni quadro nasce molto prima della tela. Inizia mentre vivo qualcosa. Un concerto (di quelli al chiuso, coi posti a sedere numerati e sicuramente di musica “non aggressiva”), una passeggiata, un odore, una conversazione. Tutto continua a sedimentare fino a quando sento che quell’esperienza ha trovato una struttura. A quel punto dipingere diventa quasi un lavoro di traduzione. Negli ultimi anni il mio lavoro si è evoluto naturalmente: oltre alla percezione sinestetica, ho iniziato a integrare il contesto che la genera. Lo stesso luogo può contenere tempi diversi, prospettive differenti e molteplici livelli sensoriali. L’opera diventa così la sintesi di un’intera esperienza, non di un singolo istante“.

Che rapporto ha con la solitudine?

La solitudine è una parte essenziale del mio processo creativo, ma è anche una delle cose della vita a me più care. È il momento in cui la percezione torna ad avere spazio. Non la vivo come isolamento, ma come una condizione di ascolto e di libertà. Gran parte del mio lavoro nasce proprio da quella possibilità di esistere in uno spazio personale, solo mio e incontaminato.

La considero uno dei luoghi più fertili e cari, perché abbassa il volume del mondo abbastanza da permettermi di ascoltarlo meglio. È uno spazio di osservazione, di connessione e soprattutto di pace. Credo che oggi venga spesso confusa con la mancanza, quando invece è una forma di presenza molto profonda.

La solitudine mi è vitale come bere o dormire“.

Progetti futuri?

La mia ricerca artistica sta entrando in una nuova fase. Dopo aver esplorato la sinestesia come traduzione visiva della percezione, oggi mi interessa raccontare anche l’ambiente che genera quella percezione. Sto sviluppando opere in cui la sinestesia si unisce al paesaggio dove le percezioni vengono generate, in modo da immergere l’osservatore in un’esperienza, passatemi il termine, “4D” dove convivono sensazioni, tempo e spazio. Questa evoluzione mi ha avvicinata naturalmente a una costruzione più cubista dell’immagine, dove prospettive diverse e momenti differenti possono esistere contemporaneamente sulla stessa superficie. Non considero questa una svolta, ma un’espansione della mia ricerca: un modo sempre più completo di rendere visibile un’esperienza percettiva che, ancora oggi, è considerata molto rara“.

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