La scrittura è un’alleata potente che permette di scavare in profondità tra le mille sfaccettature del proprio essere facendo emergere crepe, fragilità e un bagaglio emozionale che merita espressione.
Ne sa qualcosa Francesco Sole, pseudonimo di Gabriele Dotti, scrittore, manager culturale e founder di Sartoria Management, che grazie ai suoi romanzi consente ai lettori di calarsi in un universo inedito in cui le emozioni e i sentimenti più autentici regnano sovrani.
Ogni suo libro lo conferma “un grande conoscitore dell’animo umano”. Ogni sua storia infatti trasuda sensibilità ed empatia, prerogative che permettono di rispecchiarsi appieno in vicende e situazioni che ci riguardano tutti, nessuno escluso.
Francesco Sole è molto attivo sui social con i suoi contenuti virali che aiutano ad acquisire consapevolezze nuove sulle dinamiche relazionali e sentimentali odierne. Apprezzati per il suo linguaggio autentico e il suo modo di esporre determinate tematiche delicate in maniera diretta, semplice ed esaustiva donando imput creativi e spunti di riflessione.
In libreria troviamo “I giorni in cui ho imparato ad amare” edito da Sperling & Kupfer, il suo romanzo sulle frequenze dell’amore e le seconde possibilità che sta riscuotendo tanto successo.
In questa intervista ci rivela come in amore non esista un manuale di istruzioni e ci svela come nasce l’ispirazione per le sue storie memorabili.

Francesco, la sua carriera da scrittore le sta dando tante soddisfazioni. Da dove nasce l’ispirazione per le sue storie dense di emozioni in cui molte persone si rispecchiano?
“Nasce dall’ascolto. L’ispirazione è qualcosa che entra. L’emozione è qualcosa che esce. Scrivere, per me, significa stare in mezzo: lasciarsi attraversare dal mondo, ascoltarlo, studiarlo e restituirlo in una forma capace di muovere qualcun altro”.
Durante l’atto creativo è spesso in viaggio. Quanto e in che misura le sue mete diventano emblematiche per la creazione delle sue storie?
“Credo che nel viaggio ci sia una chimica emotiva potentissima. Viaggiare non significa solo cambiare luogo: significa scoprire cosa resta di te quando tutto il resto cambia. Quando viaggio ritrovo il mio istinto creativo. Per me i luoghi non sono scenografie: sono detonatori. Non a caso, “viaggiare” viene dal latino viaticum: ciò che porti con te per affrontare la via. E forse il senso è tutto lì: andare altrove per capire cosa ti accompagna davvero. Perché fuori dalle abitudini, spesso, ritrovi la parte di te che avevi smesso di ascoltare”.
Esistono davvero secondo lei quelli che si definiscono “luoghi del cuore” e che rimangono memorabili nel corso dell’esistenza? Quali sono si suoi e perché?
“Sì, esistono, e ho una teoria su questo: i luoghi del cuore sono tre. Uno da cui vieni, uno in cui costruisci, uno che sogni. Possono essere sempre lo stesso oppure sempre diversi. Per me Modena è il luogo da cui vengo: la radice, il punto che resta anche quando non lo guardi. Milano è il luogo in cui ho costruito: i rami, l’esposizione, il lavoro, l’impresa. Parigi, invece, è il luogo che sogno: il fiore più misterioso, quello che ti attira per la bellezza ma forse nasconde anche una verità più scura. Sto scrivendo il mio primo romanzo ambientato nella città dell’amore. Ma questa volta l’amore non sarà solo una cartolina: avrà un’ombra, un segreto, forse persino un enigma”.
Nel suo romanzo I giorni in cui ho imparato ad amare fa riferimento alle frequenze dell’amore. In cosa consistono?
“La risposta vera è nel romanzo. Però, per dirla con un’immagine semplice: ha presente quando si dice “quei due non sono sulla stessa lunghezza d’onda”? Ecco, per me le frequenze dell’amore sono quei segnali invisibili che due persone si mandano anche quando fingono di non cercarsi. Non riguardano solo l’attrazione, ma il modo in cui qualcuno entra nel tuo ritmo di vita: ti disturba, ti accorda, ti sposta, ti fa crescere. A volte ti cambia per sempre. L’amore, quando è vero, non arriva mai come una certezza. Arriva come un’interferenza. E proprio perché interrompe il rumore di fondo della tua vita, capisci che qualcosa non tornerà più com’era. Il resto, però, va scoperto nel romanzo”.
Quando si parla d’amore non esiste un manuale di istruzioni. Cosa ci insegna ad amare?
“Ci insegna soprattutto l’umiltà. Diffido sempre di chi dice di aver capito tutto dell’amore, della vita o delle proprie certezze: di solito è la persona che sta per fare il danno più elegante nella stanza. L’amore non è un manuale, è un allenamento: attenzione, presenza, capacità di non trasformare l’altro in una proprietà, ma in una priorità. Poi, se proprio qualcuno cerca istruzioni, può leggere i miei libri. Non prometto soluzioni, ma qualche storia ben scritta sì”.
In amore vince chi scappa o chi resta secondo lei?
“Vince chi non usa né la fuga né la presenza come strategia. Scappare può essere paura, restare può essere egoismo. Vince chi sa scegliere con verità: a volte restando, a volte andando via senza trasformare l’altro in una colpa”.

Sui social lei è molto seguito per i suoi contenuti incentrati sulle relazioni umane e i sentimenti più autentici. Si sarebbe mai aspettato tutto questo successo?
“No, perché all’inizio non stavo inseguendo il successo: stavo cercando un linguaggio. Poi ho capito che dietro ogni like non c’era solo attenzione, ma spesso bisogno di riconoscimento. Le persone non seguono solo chi le intrattiene: seguono chi, ogni tanto, le fa sentire capite”.
La scrittura per lei è “catarsi” o elaborazione delle proprie questioni irrisolte del proprio bagaglio emozionale?
“All’inizio forse entrambe. La scrittura era catarsi: mi serviva a fare ordine nelle mie stanze più disordinate. Poi, libro dopo libro, ho capito che un romanzo non può essere terapia travestita da letteratura. A un certo punto devi smettere di usare la pagina come specchio e farla diventare una porta: qualcosa che emozioni, ispiri, sposti gli altri anche solo di un centimetro. È come per un sarto: puoi partire dal tuo gusto, ma l’abito deve cadere bene su chi lo indosserà. Io raccolgo emozioni, viaggi, ricerche, materiale grezzo. Ma la scrittura serve a trasformare tutto questo in qualcosa che non appartenga più solo a me, ma a chi lo legge. Come in cucina: devi conoscere il piatto, assaggiarlo, sporcarti le mani. Ma se lo assaggi troppo, alla fine lo stai preparando per te e non per chi si siede a tavola”.
Anche con questo romanzo lei si conferma un grande conoscitore dell’animo umano. Questa sua dote le ha mai creato qualche problema o l’ha sempre vissuta bene?
“Direi bene, ma con qualche effetto collaterale. Capire le persone è utilissimo per scrivere romanzi, un po’ meno per vivere leggeri: ti accorgi delle crepe, delle bugie dette con ottima dizione, dei silenzi che fanno curriculum. Poi, col tempo, ho imparato una cosa: vedere molto non significa dover intervenire su tutto. La vera maturità è capire parecchio e fare finta, con eleganza, di non aver capito tutto”.
Lei è anche founder di Sartoria che si occupa di management. La parte più bella di questo lavoro?
“La parte più bella è riconoscere il momento in cui un talento smette di essere solo un profilo e diventa un’identità forte. Per me un talento può avere ottanta follower e una voce impossibile da ignorare. Oppure milioni di follower e non avere ancora un mondo riconoscibile intorno a sé. I numeri contano, certo, ma misurano la distribuzione, non la profondità. La domanda vera non è: “quanti follower hai?”, ma: “che cosa possiamo costruire attorno alla tua voce?”. Il valore sta lì: capire che immaginario puoi abitare, che mercato può nascere senza snaturarti e come rendere professionale ciò che ti rende unico. Sartoria nasce per questo: costruire mondi riconoscibili e aiutare creator e brand a trasformare attenzione in posizionamento, posizionamento in valore, valore in business. Un bravo manager non ti rende semplicemente più vendibile. Ti rende più te stesso, ma con più metodo, più disciplina, più solidità, più riconoscibilità. E proprio per questo anche più forte commercialmente”.
Cosa vuole fare Francesco Sole da grande? Progetti futuri…
“Da grande vorrei restare abbastanza bambino da emozionarmi quando qualcuno mi racconta un’idea, e abbastanza adulto da trasformarla in metodo, squadra e business. Sartoria nasce da una tesi semplice: il futuro della comunicazione non sarà comprare attenzione, ma costruire linguaggi riconoscibili. Sono due cose molto diverse. Oggi aiutiamo i brand a capire attraverso chi raccontarsi e aiutiamo i talenti a diventare identità e linee editoriali solide, non semplici vetrine. Non stiamo costruendo un’azienda per venderla domani al miglior offerente. Stiamo costruendo posizionamento, cultura, mercato. Un progetto alla volta, ma con altissima densità di talento: persone giuste, gusto, disciplina, visione commerciale”.
