C’è un punto, nel racconto della realtà, in cui il giornalismo smette di essere osservazione e diventa esposizione personale. È una soglia sottile, spesso invisibile, dove chi racconta non può più nascondersi dietro il ruolo, perché le storie entrano sotto pelle, si confondono con la propria coscienza, chiedono una presa di posizione.
Nina Palmieri quella soglia la attraversa da anni. Lo fa dentro uno dei contesti più complessi della televisione italiana, quello de Le Iene, dove la narrazione si muove continuamente sul filo tra denuncia e spettacolo, tra empatia e responsabilità. Ma il suo modo di stare dentro le storie non è mai neutro: è un coinvolgimento dichiarato, quasi rischioso, che la porta a entrare nelle vite degli altri fino a farne, in parte, una responsabilità personale.
In un tempo in cui l’esposizione è spesso sinonimo di costruzione, Palmieri sembra muoversi in direzione opposta: più si espone, più prova a restare aderente a ciò che è. E questo rende il suo lavoro non solo un esercizio giornalistico, ma una forma continua di negoziazione tra verità e coscienza.
Ne emerge un dialogo che non cerca risposte comode, ma attraversa i nodi più fragili del mestiere e della persona: la dignità, il fallimento, il peso delle scelte, il confine tra racconto e responsabilità, tra coraggio e paura. Perché raccontare gli altri, quando lo si fa davvero, significa inevitabilmente fare i conti anche con sé stessi.
Lavorando a stretto contatto con storie di fragilità sociale, cosa ha imparato sulla dignità umana che spesso sfugge nei contesti più privilegiati?
«Ho imparato una cosa molto semplice, ma potentissima: quando una persona ha dignità, non gliela toglie nessuno. Nemmeno nei momenti più estremi, nemmeno quando sembra essere caduta in un punto da cui è impossibile risalire.
Ho incontrato persone che hanno continuato a lottare anche quando sapevano che probabilmente avrebbero perso. Eppure non si sono mai arrese. Per me quelle sono vittorie, anche quando apparentemente diventano sconfitte.
Penso spesso a Carlo Gilardi. La sua storia è stata la mia battaglia più grande e forse anche il mio fallimento più doloroso. Non sono riuscita a restituirgli ciò per cui lui ha sempre lottato: la sua dignità. Ma allo stesso tempo quella è anche la mia medaglia, perché mi ha insegnato cosa significa davvero combattere per qualcuno.
Il suo era un grido di libertà. Io ho provato a raccoglierlo, a farlo mio. E in tutto quel tempo lui non ha mai smesso di essere un uomo centrato, lucido, dignitoso. Come lui, tanti altri. Persone che ho visto combattere fino alla fine, anche in punto di morte. Ecco, per me chi non smette di lottare, anche quando tutto è contro, è sempre un vincitore».

Lavorare per Le Iene significa anche esporsi molto. Ha mai pagato un prezzo personale per questa esposizione?
«Sì, assolutamente sì. Il primo prezzo che pago è il tempo. Io non ho più il mio tempo, il tempo non ce l’ho proprio più. Me lo devo ritagliare, piccoli spazi, quando riesco, ma è una cosa che senti proprio che ti manca.
Poi, allo stesso tempo, devo dirti che sono così felice del tempo che dedico a quello che faccio, al mio lavoro, al fatto di poter aiutare gli altri attraverso il mio lavoro. che questa cosa, in parte, compensa.
Se tu me lo chiedi in modo diretto, ti rispondo: sì, mi manca il tempo. Ma quel poco che ho, lo tengo stretto e lo dedico soprattutto a mia figlia. Perché lì sento che devo esserci davvero, che devo dare un esempio, anche se è poco, deve essere pieno.
Poi c’è anche un prezzo molto concreto, pratico. Riceviamo tante denunce, Non solo io, è proprio il tipo di lavoro. Denunce che poi vanno avanti, diventano processi e a volte diventano anche condanne. Io, per esempio, sono stata condannata in primo grado nel 2025, a novembre. Stiamo facendo appello, ovviamente. (Per la gestione dei servizi giornalistici sul caso di Carlo Girardi, ndr).
Però è un prezzo che paghi ed è uno stress enorme, perché c’è una responsabilità editoriale, personale, collettiva. Spesso denunciano noi giornalisti e anche l’editore, è una pressione continua.
E ti dico la verità, a volte ti fa anche arrabbiare, perché sai come hai lavorato, sai perché lo hai fatto. Però fa parte del gioco, fa parte di questo lavoro che nonostante tutto, continuo a fare perché per me non è solo un lavoro, è una missione. E quando senti che quello che fai ha un senso, riesci anche ad accettare il prezzo che comporta».

C’è mai stato un momento in cui ha pensato di non farcela a sostenere quello che stava raccontando?
«Sì, soprattutto nel caso di Carlo Gilardi. Non voglio sempre parlare di lui ma è stato il mio dolore più grande, sia professionalmente che umanamente. Mi sono chiesta se ne valesse la pena. Me lo sono chiesta davvero. Ma la risposta, alla fine, è sempre stata sì.
Quando sono stata in tribunale, sul banco degli imputati, ho pianto. Ma non per me. Ho pianto pensando a lui, al fatto che non ce l’avevo fatta. E davanti al giudice ho detto una cosa che ripeterei anche oggi: rifarei tutto. Perché io non mi sento colpevole di quello che ho fatto. Ho agito perché ci credevo. Credevo nella disperazione di quell’uomo, credevo che fosse giusto provare a restituirgli la sua vita. E quando hai questa convinzione, anche il peso diventa più sostenibile».
Ha mai avuto paura? E cosa l’ha fatta andare avanti comunque?
«Io ho sempre paura. Sempre. La paura è proprio una delle mie migliori amiche. Non è tanto una paura per me stessa, quanto per gli altri. Io ho paura di entrare nella vita delle persone e di fare, anche senza volerlo, del male. Perché non arrivo solo io: arrivo con la televisione, con un’esposizione enorme, e questo può avere conseguenze forti per loro.
Quindi io ci penso tantissimo prima. Mi faccio mille problemi. Chi lavora con me lo sa, me lo dice sempre: “anche meno”, perché io davvero mi preoccupo tanto, mi fermo, analizzo, cerco di capire.
Però poi, alla fine, la paura non mi blocca. Io la prendo, la guardo in faccia e me la porto con me. Vado lo stesso. Perché penso che il coraggio non sia non avere paura, ma andare avanti nonostante la paura. E ogni volta che lo faccio, ogni volta che supero quella soglia, mi dico: ok, sei stata coraggiosa. È come se la paura, invece di fermarti, diventasse una spinta».
C’è qualcosa che oggi sceglie consapevolmente di non raccontare più?
«In realtà no, nel senso che se una cosa emerge io la affronto. Anche quando mi mette in difficoltà, anche quando non è comoda.
Quello che ho imparato, però, è a proteggermi un po’. Per esempio ho smesso di leggere i commenti sui social perché arriva una quantità di cattiveria che non serve a niente, non ti fa crescere, non ti aiuta. E questa è una cosa che mi è stata proprio insegnata: smetti di leggere, perché quella roba lì fa bene solo a chi la scrive, forse, ma non a te.
Per il resto, credo di aver sempre cercato di riaffrontare anche le cose che mi hanno fatto male. Magari male, magari in modo goffo, però le ho sempre guardate in faccia. E questo, secondo me, è l’unico modo per andare avanti».
Quando racconta realtà complesse – prostituzione, pornografia, dinamiche di potere – qual è il confine tra denuncia e spettacolarizzazione?
«È un confine sottilissimo, e sarebbe ipocrita dire che non esiste il rischio di superarlo. Spesso veniamo accusati di spettacolarizzare il dolore, di essere “giornalai” e in alcuni casi può anche essere successo. Non mi tiro indietro su questo.
Però c’è una differenza fondamentale: il coinvolgimento. Io non riesco a raccontare certe storie in modo freddo, distante, asettico. Non è nel mio modo di essere.
Qualcuno lo chiama limite, per me è identità. È il mio modo di lavorare e quando questo modo riesce ad arrivare, a creare empatia, allora ha senso.
Una volta, ricevendo il Premio Ischia, un collega ha usato una parola di Dante per descrivermi: “intuarsi”, cioè entrare dentro l’altro. Ecco, credo che sia questo. Io entro nelle storie, nelle persone. Non sempre è facile, non sempre è perfetto, ma è autentico».

Le è mai capitato di fare silenzio, di fermarsi?
«Con il silenzio ho un rapporto un po’ complicato, devo essere sincera. Io parlo sempre, sono logorroica, e anche quando sto da sola ho bisogno di un sottofondo. Accendo la musica, sempre. Non riesco tanto a stare nel silenzio puro.
Ti dico una cosa che può sembrare strana: per anni ho studiato con il phon acceso, proprio perché avevo bisogno di quel rumore bianco. È un rumore che ti avvolge, che ti aiuta a concentrarti. Poi ho scoperto che è qualcosa che ha anche una spiegazione, perché ricorda il suono che si sente nella pancia della mamma. Sembra una follia, ma in realtà è una cosa molto più comune di quanto si pensi.
Quel rumore mi rilassa, mi aiuta tantissimo a concentrarmi, come il mare. Quando sto al mare leggo e non mi accorgo di niente, sono concentrata.
Per me è un modo per stare in silenzio senza stare davvero nel silenzio. È una dimensione intermedia, che mi aiuta a concentrarmi, a stare con me stessa senza sentirmi “vuota”.
Quindi il silenzio vero, quello totale, non è il mio spazio naturale. Ho bisogno di un rumore, di una presenza, anche minima».
Che rapporto ha invece con la solitudine?
«La solitudine è diversa. Con la solitudine sto imparando a fare pace. Non sono mai stata una persona che ama stare da sola. Io ho bisogno degli altri, ho bisogno di condividere, di dialogare. È proprio una cosa mia, strutturale.
Però ultimamente mi è successo qualcosa che mi ha fatto cambiare prospettiva. Mia figlia è stata via per due mesi, a Courmayeur con il suo papà e io, per la prima volta dopo tanti anni, mi sono ritrovata a casa da sola. Non mi succedeva da otto anni e lì ho scoperto una cosa: che quella solitudine, se è la mia casa, se è uno spazio che sento mio, può diventare anche bella. Può diventare tempo. Tempo vero.
Diverso è quando sono in albergo, lì la solitudine non la sopporto. Infatti quando sono in trasferta cerco sempre qualcuno, amici, colleghi, chiunque. Ho proprio bisogno di riempire quello spazio, perché quella solitudine lì la sento vuota.
A casa invece no. A casa sto imparando a volermi bene anche da sola, a usare quel tempo per fare cose che prima facevo e che adesso non riesco più a fare. È un processo, non è naturale per me, ma lo sto imparando».
Riesce a “staccare” davvero, oppure le storie la seguono anche fuori dal lavoro?
«Le storie ti restano addosso, inevitabilmente. Non è un lavoro da cui esci e chiudi la porta.
Quando entri nella vita delle persone, quando ascolti il loro dolore, quando ti fai carico di certe situazioni, quella roba non sparisce, rimane. Io cerco di ritagliarmi degli spazi, piccoli, quando posso. Ma non è uno stacco netto. È più un equilibrio che cerchi di costruire, sapendo che una parte di quel lavoro te la porterai sempre dietro».
Che tipo di eredità simbolica le piacerebbe lasciare attraverso il suo lavoro?
«Mi piacerebbe lasciare una cosa molto semplice, ma che secondo me è la più difficile: trattare gli altri come vorresti essere trattato tu. Lottare per gli altri come vorresti che qualcuno lottasse per te. E poi un’altra cosa a cui tengo tantissimo: ricordare che anche nei momenti più drammatici della vita, c’è sempre qualcuno che prova ad aiutarti. Magari non ci riesce, magari non cambia il finale, ma il tentativo ha un valore enorme.
Poi c’è un’espressione che mi piace molto: essere forti e gentili, come si dice degli abruzzesi. Io credo tanto in questo, sono una persona che con i cattivi diventa molto dura, anche troppo a volte, mi parte proprio una rabbia forte. Ma allo stesso tempo credo profondamente nella gentilezza e nella lealtà. E forse, tra tutte le cose, mi piacerebbe lasciare anche questo: l’idea che si può fare questo lavoro senza trasformarsi, senza diventare un personaggio. Io ci sto molto attenta a questa cosa perché ho visto tante persone cambiare con la televisione, con la visibilità. Io ho proprio paura di questo. Ogni tanto chiedo ai miei amici: “Sono sempre io?”, perché non voglio diventare qualcosa di costruito.
Se riuscissi a restare quella che sono, anche nel lavoro, credo che sarebbe già una grande eredità».
Se dovesse ridefinire il concetto di lusso in chiave umanitaria, quali valori metterebbe al centro?
«Per me il lusso è una cosa molto diversa da come viene raccontata di solito.
Il lusso è poter essere gentili senza che dall’altra parte qualcuno pensi che lo stai facendo per opportunismo. È l’autenticità dei rapporti, è poter incontrare persone che ti vedono davvero per quello che sei, non per il ruolo che hai. Perché questa è una cosa che mi pesa tanto: non sapere mai se qualcuno è lì per me o per quello che rappresento. Quando invece trovo qualcuno che mi vede davvero, quella persona per me diventa importante, diventa parte della mia vita.
E poi c’è un lusso ancora più semplice, ma per me fondamentale: svegliarmi la mattina ed essere felice di quello che faccio. Non ho bisogno di grandi cose, davvero. Però ho bisogno di quella sensazione lì, di dire “che bello”.
Finché continuerò a provarla, continuerò a fare questo lavoro. Il giorno in cui non la sentirò più, vorrà dire che avrò perso quella fiammella che ho dentro e a quel punto, forse, sarà il momento di fermarmi».
