Dall’amore che sopravvive alla materia ai déjà-vu, dal dolore dei vivi alla sorprendente semplicità di ciò che conta davvero: il racconto intimo di una delle medium più conosciute d’Italia
Che cosa accade quando l’ultimo battito si spegne? Esiste davvero un “dopo” oppure la morte rappresenta la fine di tutto?
Sono domande che l’umanità si pone da sempre. Domande che attraversano religioni, filosofie, culture e che continuano a sfidare la ragione.
Sonia Benassi, tra le medium più note in Italia e protagonista del documentario “Il dono”, da oltre quarant’anni sostiene di dialogare con quella dimensione invisibile che molti chiamano aldilà.
Ma oggi le sue riflessioni assumono un significato ancora più profondo. Da tempo combatte una difficile battaglia contro la malattia, esperienza che l’ha portata a confrontarsi personalmente con la fragilità del corpo e con il valore del tempo. Eppure, durante questa conversazione, non emerge alcuna paura. Piuttosto una sorprendente serenità e una convinzione che accompagna ogni sua risposta: la vita non termina con l’ultimo respiro.

Quando incontra una persona devastata da un lutto, che cosa percepisce prima ancora di eventuali presenze?
“Non sempre accade, ma molto spesso sì. Sento il dolore. Sento il senso di colpa, la paura, la sofferenza di chi resta. Ogni lutto è diverso e ogni storia lascia una traccia differente. È impossibile non entrare in contatto con quell’emotività”.
Perché, secondo lei, la nostra società continua ad avere così tanta paura di parlare della morte?
“Perché credo che faccia più comodo pensare che dopo non ci sia nulla. O forse far credere che non ci sia nulla. È più semplice ignorare quello che resta uno dei più grandi misteri della vita“.
Anche la religione ha contribuito a questa narrazione?
“Credo di sì. In parte sì“.
Come protegge la sua energia emotiva quando si confronta ogni giorno con il dolore degli altri?
“Cerco di dissociarmi a livello fisico ed emotivo. Cerco di prendere una distanza. Ma sarebbe falso dire che ci riesco sempre. Quando incontri storie particolarmente tragiche, quelle vicende entrano dentro di te. Apparentemente ti proteggi, ma in realtà non ne sei immune, quel dolore trova comunque un posto“.

Aveva soltanto sette anni e mezzo quando ha scoperto questa sensibilità. Come reagì la sua famiglia?
“In realtà la mia famiglia stava affrontando problemi molto più grandi. Io ero la più piccola di tre sorelle. Vedevo cose, sentivo cose, scrivevo temi particolari. Ma ero una bambina tranquilla, non creavo problemi. Probabilmente pensarono che avessi semplicemente una fantasia molto sviluppata“.
Si è mai sentita sola?
“Mai. Ho avuto accanto una persona speciale che ancora oggi fa parte della mia vita. Si chiama Rossana. Abbiamo condiviso l’asilo, le scuole, il conservatorio. Lei comprendeva perfettamente ciò che vedevo, sentivo e vivevo. Non mi sono mai sentita giudicata“.
Qual è il più grande equivoco che abbiamo sulla morte?
“Pensare che dopo non ci sia più niente. Pensare che, una volta chiusa una bara, tutto finisca. Io credo invece che lasciamo il corpo e che la nostra anima inizi a esplorare una realtà completamente diversa“.
L’anima conserva la propria identità?
“Sì, conserva l’identità e conserva anche la personalità”.
Nell’aldilà esiste il tempo?
“No, il tempo è una convenzione umana. È qualcosa che abbiamo creato noi per scandire la nostra esperienza terrena“.

E i sensi?
Esistono ancora. Se un profumo ci ha donato serenità durante la vita, continueremo a ritrovarlo. Non attraverso il naso, naturalmente, ma attraverso l’anima. Tutto ciò che ci ha fatto stare bene continua a esistere.
Continuiamo a evolverci dopo la morte?
Sì. L’evoluzione continua.
E i legami affettivi?
“Restano. Ci ritroviamo subito e continuiamo persino a creare nuovi legami“.
Ha mai percepito rabbia, gelosia o rancore nelle presenze con cui entra in contatto?
“No, sono emozioni molto terrene. Può esserci la nostalgia di un abbraccio, il desiderio di una vicinanza fisica, ma non odio“.
Nemmeno antipatia?
(Ride) “Quella sì. Se qualcuno ci stava antipatico qui, può continuare a starci antipatico anche dall’altra parte“.
Lei parla spesso del bardo, una sorta di revisione della propria esistenza. Tutti lo attraversano?
“Tutti, tranne i bambini mai nati, quelli che se ne vanno troppo presto e gli animali“.

Che cosa sorprende maggiormente chi passa dall’altra parte?
“La luce, i colori, i suoni. Sono le cose che mi vengono raccontate più spesso“.
Esiste una differenza tra chi lascia questa vita serenamente e chi invece muore all’improvviso?
“Sì, chi ha avuto il tempo di prepararsi affronta il passaggio con maggiore consapevolezza. Chi invece muore improvvisamente può sentirsi inizialmente smarrito. Ma dura poco. Arriva quasi subito qualcuno ad accoglierlo e molto spesso si tratta di persone che già conosce e ama“.
Perché dimentichiamo ciò che eravamo prima di nascere?
“Perché dobbiamo compiere il nostro percorso senza condizionamenti. Se sapessimo già tutto ciò che ci aspetta, non vivremmo davvero l’esperienza che siamo venuti a fare”.
Lei sostiene che firmeremo un contratto prima di nascere.
“È una metafora, non firmiamo un contratto nel senso letterale del termine. Ma accettiamo una vita, delle prove, delle esperienze che ci aiuteranno a crescere“.
E i déjà-vu?
“Sono frammenti di ciò che abbiamo visto prima di nascere. Come fotogrammi che riaffiorano improvvisamente alla memoria”.
Che bambina era Sonia Benassi?
“Ero una bambina che cercava sempre di mettere pace. Non ho mai amato i conflitti, dovevo fare pace e far fare pace a tutti i costi”.
Un’inclinazione che esisteva già allora?
“Assolutamente sì. Attiravo continuamente bambini con problemi. Ricordo una bambina che si chiamava Monica. Mi mordeva e mi graffiava continuamente, tornavo dalla scuola materna piena di segni eppure tornavo a casa contenta”.
Anche a scuola era diversa dagli altri?
“Facevo disegni particolari. Alle elementari i miei temi facevano il giro della scuola. Il direttore li mostrava agli insegnanti. Ero una bambina molto fantasiosa“.
Gli scettici hanno rappresentato un ostacolo oppure un confronto necessario?
“Un confronto necessario“.
Anche lei si è posta dei dubbi?
“Sempre. Per anni mi sono chiesta da dove arrivassero certe informazioni. Chi me le stesse comunicando. Come fosse possibile. Oggi non ho più quei dubbi, ma la curiosità resta perché ciò che vivo continua a essere straordinario“.
Lei ha accompagnato migliaia di persone nel dolore. Chi ha accompagnato lei nei momenti più difficili?
“Che bella domanda. Tendo molto a chiudermi, a farmi domande e a cercare da sola le risposte. Chiedo aiuto ai miei genitori, anche se non sono più qui; le risposte arrivano spesso attraverso i sogni. Cerco di non pesare mai sulle persone che amo, non mi piace lamentarmi. Ho sempre preferito gestire le difficoltà da sola“.
Dopo tutto quello che ha visto e vissuto, che cosa pensa sia davvero essenziale in questa vita?
“Dare. Aiutare.
Credo che sia questo il senso più profondo dell’esistenza.
Oggi, per esempio, sono andata a trovare mia sorella in una struttura e mi è tornata un’idea che ho da tempo: fare volontariato. Disegnare con le persone, creare qualcosa insieme. Ho fatto otto anni di volontariato in oncologia e ho fatto volontariato anche in pediatria.
Oggi la mia salute non mi permette di fare tutto quello che vorrei, perché sono molto delicata e devo fare attenzione. Ma se c’è una cosa che continuo a pensare è che aiutare gli altri sia ciò che dà davvero significato alla vita“.
C’è mai stato un momento in cui ha desiderato essere una persona qualunque?
“No“.
Ha mai desiderato essere già dall’altra parte?
(Sorride)
“Sì. Tante volte“.
Davvero?
“Sì, pur amando profondamente mio marito, le mie sorelle, mio nipote e tutti i miei animali. Pur essendo circondata dall’affetto. Ci sono stati momenti in cui ho desiderato essere già là.
Ma non possiamo scegliere, c’è un percorso da compiere“.

Alcuni sostengono che ciò che percepisce possa derivare dalla lettura della mente dei vivi anziché dal contatto con i defunti. Se lo è mai chiesta?
“Certo. Tant’è che sono stata studiata proprio per questo motivo. Sono stata sottoposta a test molto rigorosi e questa ipotesi è stata esclusa“.
In che modo?
“Attraverso un test chiamato “triplo cieco”, dove la lettura del pensiero diventa praticamente impossibile. Ricordo anche un episodio avvenuto durante un seminario. Durante un contatto emerse il nome del nonno di una persona il cui marito era norvegese. Lei non conosceva quel nome e nemmeno io. Lo verificò successivamente con il marito. Era corretto“.
Le è mai capitato di ricevere avvertimenti su eventi futuri?
“Sì. Più di una volta.
Senza averli richiesti?
“Senza averli richiesti”.
Quante persone pensa di aver aiutato nella sua vita?
“Non lo so, tantissime e continuerò a farlo finché ne avrò la possibilità“.
Al termine della conversazione, mentre parla di volontariato, di altruismo e della sua infanzia trascorsa a proteggere i bambini più fragili, diventa difficile capire dove finisca la medium e dove inizi la donna.
Forse la risposta più importante dell’intera intervista non riguarda ciò che accade dopo la morte.
Forse è racchiusa in due parole pronunciate quasi sottovoce:
«Dare. Aiutare».
Per Sonia Benassi il senso della vita sembra essere tutto lì.