A Milano, negli spazi di Glenda Cinquegrana Art Consulting, una doppia mostra personale mette a confronto due differenti modi di interrogare la fotografia contemporanea. Protagonisti Ada Marino e Nico Mingozzi, in mostra fino al 7 novembre 2026.
La fotografia come testimonianza, ma anche come territorio instabile, come luogo nel quale la memoria può essere conservata, manipolata, ferita e infine ricostruita. È attorno a questa tensione che si sviluppa la doppia personale dedicata ad Ada Marino e Nico Mingozzi, inaugurata il 24 settembre negli spazi milanesi di Glenda Cinquegrana Art Consulting, in via Settembrini 17, e curata da Glenda Cinquegrana e Rebecca Delmenico.
Due ricerche artistiche differenti che trovano un terreno comune nel rapporto tra immagine, identità e memoria. La mostra inaugura inoltre un nuovo ciclo di doppie personali pensato dalla galleria per mettere in relazione linguaggi diversi e creare nuove chiavi di lettura attraverso il confronto tra gli artisti.
Il lavoro di Ada Marino, fotografa nata a Napoli nel 1982 e oggi residente in Galles, si muove tra fotografia e installazione e utilizza l’immagine come strumento di indagine psicologica e antropologica.
Corpo, identità, memoria e condizione femminile diventano elementi di una narrazione in cui l’esperienza individuale assume un significato più ampio. Il trauma non viene rappresentato esplicitamente: emerge attraverso simboli, gesti, assenze e tensioni visive, all’interno di immagini dalla costruzione quasi teatrale, sospese tra realismo e dimensione visionaria.
Nella sua prima personale milanese vengono presentati lavori appartenenti, tra le altre, alle serie Pater Familias e New Moons. Se nella prima emerge il tema del potere patriarcale e delle sue conseguenze, nella seconda lo sguardo si sposta verso una possibilità di trasformazione e rinascita.

Diverso, ma complementare, il percorso di Nico Mingozzi.
L’artista ferrarese parte spesso da fotografie anonime ritrovate nei mercatini delle pulci: immagini provenienti da album familiari e archivi privati che, nelle sue mani, perdono la funzione rassicurante di documento del passato.
Mingozzi interviene fisicamente sulle fotografie attraverso tagli, graffi, bruciature, suture e ricostruzioni. L’immagine diventa così quasi un corpo sul quale il tempo e l’esperienza lasciano tracce visibili.
È proprio questa alterazione a mettere in discussione l’idea stessa di fotografia come strumento capace di conservare intatta la memoria. I volti, una volta separati dalla propria storia originaria, assumono identità nuove e incerte; ciò che era familiare può diventare estraneo, talvolta perturbante.
Il dialogo tra Marino e Mingozzi funziona quindi soprattutto per contrasto. Da una parte la costruzione dell’immagine come spazio simbolico attraverso cui interrogare biografia, corpo e trauma; dall’altra la distruzione e ricomposizione materiale della fotografia per mostrarne la fragilità.
In entrambi i casi, però, la memoria smette di essere qualcosa di immobile. Diventa materia da osservare, mettere in discussione e trasformare ed è forse questo uno degli aspetti più contemporanei della mostra: in un’epoca caratterizzata da una produzione potenzialmente infinita di immagini, Marino e Mingozzi riportano l’attenzione non tanto su ciò che una fotografia mostra, quanto su ciò che può nascondere, perdere o continuare a raccontare nel tempo.
La doppia mostra personale si inserisce anche nel programma del Milano Centrale Festival, la rassegna dedicata all’arte contemporanea che dal 2 al 4 ottobre coinvolgerà 30 artisti, 13 curatori e 16 spazi espositivi nell’area della Stazione Centrale fino al Naviglio della Martesana.
