Gerry Grassi: Il vero lusso è non essere costretti a vivere una vita che non ci somiglia

26 Ottobre 2026

Psicologo e psicoterapeuta, specializzato in psicoterapia breve strategica, ipnosi Ericksoniana e terapia EMDR di I e II livello. Esperto in persuasione, neuromarketing, comunicazione non verbale e decodifica delle micro espressioni facciali (ESAC). Formatosi con i massimi esponenti della psicoterapia, delle scienze del cambiamento e dell’ipnosi mondiale. Ha tenuto lezioni sulle relazioni presso l’Università di Richmond. Ha ideato il metodo Ipnostrategico messo a punto a seguito del lavoro di ricerca e studio su oltre 15.000 sedute, presentando tecniche ideate e sperimentate su centinaia di casi a convegni mondiali di psicoterapia e ipnosi sia in Italia che negli Stati Uniti. Speaker TEDx, autore di libri di psicologia e relatore in numerosi eventi dedicati alla psicologia, alle relazioni, alla genitorialità e alla crescita personale.

Nel 2025 sei stato invitato dalla University of Richmond, in Virginia, a tenere lezioni sulle relazioni interpersonali e sui paradossi relazionali. Parlaci di questi due concetti.

“Le relazioni sono il luogo in cui possiamo vivere le emozioni più belle, ma anche le sofferenze più profonde. Il paradosso è che spesso, nel tentativo di risolvere un problema, finiamo per alimentarlo. Pensiamo a chi chiede continuamente rassicurazioni al partner per sentirsi amato, più cerca conferme, più rischia di trasmettere insicurezza, più il partner si sente sotto pressione, più tende ad allontanarsi. E quell’allontanamento alimenta ulteriormente il bisogno di rassicurazioni. Nella terapia breve strategica studiamo proprio questi meccanismi, le tentate soluzioni, cioè quei comportamenti che ripetiamo perché ci sembrano ragionevoli, ma che finiscono per mantenere il problema. Questo ci insegna che non sempre dobbiamo impegnarci di più, a volte dobbiamo imparare a fare qualcosa di diverso. Nelle relazioni, infatti, non conta soltanto ciò che vogliamo ottenere, ma anche l’effetto che produciamo sull’altro. La domanda che dovremmo porci è: quello che sto facendo per risolvere il problema sta funzionando davvero oppure lo sta alimentando? È una domanda semplice, ma può cambiare radicalmente il modo in cui affrontiamo una relazione”.

Uno dei tuoi libri si intitola “Il narcisismo non esiste. Se non sai come riconoscerlo”. Quella del narcisista sembra essere la figura più discussa del momento. Chi è il vero narcisista e come possiamo riconoscerlo? Sono stati i cambiamenti della società a dar vita a questi tratti?

“Il titolo è una provocazione. Oggi utilizziamo la parola «narcisista» con una facilità impressionante, basta una relazione finita male o una persona che ci delude per attribuirle questa etichetta. Ma una diagnosi psicologica non è un insulto e non può essere formulata sulla base di una singola esperienza. Alcuni segnali possono essere il bisogno costante di ammirazione, la difficoltà a riconoscere i bisogni altrui e la tendenza a svalutare chi mette in discussione la propria immagine. Per parlare di un disturbo di personalità, tuttavia, è necessaria una valutazione clinica. La società contemporanea ha certamente amplificato l’esibizione di sé e la ricerca di approvazione. I social ci espongono continuamente al confronto e ci spingono a costruire un’immagine da mostrare agli altri. Ma sarebbe riduttivo dire che il narcisismo sia nato con Instagram, le sue radici sono molto più complesse. C’è poi una questione che mi interessa particolarmente. Perché siamo così concentrati nel capire se l’altro sia narcisista? A volte conoscere il nome di un problema ci dà l’illusione di averlo risolto. Possiamo trascorrere mesi a studiare il comportamento di qualcuno e dimenticare di chiederci che cosa possiamo fare noi per uscire da una dinamica che ci fa soffrire. Comprendere l’altro è importante, ma non deve diventare un modo per rimanere intrappolati nella relazione. La vera svolta arriva quando smettiamo di cercare soltanto una spiegazione e recuperiamo la libertà di scegliere come comportarci”.

Porti avanti il progetto teatrale “Genitori imperfetti, figli felici”, un intervento dedicato alla genitorialità. Il titolo sembra già contenere la chiave risolutiva per poter fare bene quello che sembra essere il mestiere più difficile del mondo, il genitore appunto. Qual è il legame tra imperfezione del genitore e felicità del figlio?

“Molti genitori vivono la crescita dei figli come un esame continuo. Hanno paura di sbagliare, di provocare sofferenza e di compromettere il loro futuro. Così, nel tentativo di fare tutto nel modo giusto, rischiano di diventare iperprotettivi e di sostituirsi ai figli ogni volta che incontrano una difficoltà. Ma proteggere non significa impedire qualsiasi frustrazione, significa aiutare un bambino a sviluppare gli strumenti per affrontarla. Se intervengo continuamente per risolvere i problemi di mio figlio, rischio di trasmettergli il messaggio che da solo non ce la possa fare. Se invece gli permetto di sperimentare, sbagliare e trovare gradualmente le proprie soluzioni, lo aiuto a costruire fiducia nelle sue capacità. C’è poi un altro aspetto fondamentale, i figli imparano molto più da quello che facciamo che da quello che diciamo. Possiamo spiegare per ore quanto sia importante gestire la rabbia, ma se reagiamo urlando ogni volta che siamo frustrati, sarà il nostro comportamento a diventare il vero insegnamento. Essere genitori imperfetti significa anche saper chiedere scusa, riconoscere un errore e riparare una relazione. Non dobbiamo dimostrare ai figli di essere infallibili, ma mostrare loro che si può sbagliare senza essere sbagliati. Non dobbiamo crescere figli che non cadono mai, ma figli che imparano a rialzarsi senza perdere fiducia in se stessi”.

Sei stato per tre anni uno degli esperti nel format tv “Matrimonio a Prima Vista Italia” in onda su SKY UNO. Ѐ davvero possibile innamorarsi a prima vista? Quali fattori entrano in gioco in questo caso?

“Sì, è possibile provare un’attrazione potentissima al primo incontro. Ma innamorarsi di qualcuno e conoscerlo davvero sono due esperienze diverse. Lo sguardo, la voce, il sorriso, il linguaggio del corpo e il modo di porsi possono attivare immediatamente interesse e curiosità. A questi elementi si aggiungono i nostri bisogni affettivi, le esperienze precedenti e le aspettative che portiamo nella relazione. Il punto interessante è che non ci innamoriamo soltanto di ciò che vediamo, ma anche del significato che attribuiamo a ciò che vediamo. A volte incontriamo una persona e, quasi immediatamente, immaginiamo quello che potrebbe diventare per noi. L’esperienza di Matrimonio a Prima Vista Italia mi ha permesso di osservare quanto sia complesso il passaggio dall’attrazione alla costruzione di una relazione. La chimica può essere fortissima, ma non ci dice automaticamente come quella persona affronterà un conflitto, una delusione o le difficoltà della quotidianità. L’innamoramento può aprire una porta, ma è quello che succede dopo a dirci se esistono le condizioni per costruire qualcosa di duraturo. Possiamo innamorarci a prima vista di una possibilità, amare nel tempo significa imparare a conoscere e scegliere una persona reale, non soltanto quella che avevamo immaginato”.

Nella tua area clinica ti occupi anche di terapia di coppia. Quando finisce veramente un amore? Si può recuperare una relazione?

“Giorgio Nardone ha definito l’amore «il più sublime degli autoinganni». È una frase provocatoria, ma contiene una riflessione psicologica profonda, quando ci innamoriamo, non vediamo soltanto l’altra persona, vediamo anche i nostri desideri, le aspettative e le possibilità che proiettiamo su di lei. Questo non significa che l’amore sia falso, significa che il sentimento si intreccia con la nostra interpretazione della realtà. In una certa misura, idealizziamo l’altro, attribuiamo significati ai suoi gesti e immaginiamo un futuro che ancora non conosciamo. Eppure, questo autoinganno può essere meraviglioso, ci permette di avvicinarci, rischiare e investire emotivamente in qualcosa di cui non possiamo conoscere in anticipo l’esito. In fondo, è fisiologico che nella vita ci innamoriamo e che, prima o poi, dobbiamo confrontarci con la distanza tra ciò che immaginiamo e ciò che la relazione diventa. C’è anche una dimensione culturale, in alcune società la monogamia e l’esclusività sentimentale sono considerate centrali, in altre esistono modelli diversi, compresa la poliginia. Anche il significato attribuito all’amore romantico e al matrimonio cambia tra epoche e culture, il sentimento può essere autentico, mentre il modo in cui impariamo a viverlo è anche un costrutto sociale. Questo non sminuisce l’amore, ci aiuta a distinguere ciò che sentiamo dalle convinzioni che abbiamo imparato ad associare a quel sentimento. Nella terapia di coppia incontro spesso persone che continuano a volersi bene, ma sono intrappolate in dinamiche che alimentano la distanza. Uno cerca vicinanza, l’altro si allontana, il primo insiste, il secondo si chiude. Entrambi soffrono, ma continuano a ripetere gli stessi comportamenti. Una relazione può essere recuperata quando entrambi sono disposti a mettersi in discussione e a modificare concretamente il proprio modo di stare insieme. Non basta promettere che le cose cambieranno, bisogna cominciare a comportarsi diversamente. Naturalmente, non tutte le relazioni devono essere salvate, soprattutto quando ci sono violenza o abuso. La domanda che trovo utile è: se continuassimo a comportarci esattamente come oggi, dove sarebbe la nostra relazione tra un anno? L’amore può essere il più sublime degli autoinganni, ma una relazione duratura nasce quando impariamo a vedere l’altro per quello che è, senza rinunciare a costruire qualcosa insieme”.

Sei un esperto in persuasione, neuromarketing, comunicazione non verbale e decodifica delle micro espressioni facciali. In cosa consiste la persuasione e in quali campi può essere applicata? Che ruolo e che importanza assumono all’interno del linguaggio la comunicazione non verbale e le espressioni del viso?

“La persuasione non è manipolazione, persuadere significa aiutare una persona a vedere con maggiore chiarezza una possibilità, riconoscere il valore di una scelta e avvicinarsi a qualcosa che sente in linea con i propri obiettivi. Manipolare, invece, significa orientare le decisioni di qualcuno attraverso l’inganno, la pressione o lo sfruttamento delle sue vulnerabilità, anche quando questo va contro i suoi interessi. La differenza fondamentale è che la persuasione valorizza la libertà di scegliere, mentre la manipolazione cerca di condizionarla a vantaggio di chi la esercita. Il neuromarketing studia le risposte delle persone agli stimoli e i processi coinvolti nelle decisioni. La comunicazione non verbale comprende invece postura, sguardo, gesti, tono e ritmo della voce. Pensiamo a una frase come «Va tutto bene», il suo significato cambia se viene pronunciata con un sorriso disteso oppure con una voce tesa e uno sguardo sfuggente. Le parole sono le stesse, ma la comunicazione complessiva è diversa. Le microespressioni possono offrire indizi sulle reazioni emotive, ma non sono una macchina della verità, non permettono di stabilire con certezza se una persona stia mentendo. Il punto non è imparare a leggere gli altri come libri aperti, ma diventare più attenti e verificare le nostre interpretazioni. La persuasione più efficace non costringe qualcuno a dirci sì, crea le condizioni perché possa comprenderci e scegliere consapevolmente”.

 “Se non agisci stai trovando delle scuse”, è un motto che vale sempre, per tutti e in qualsiasi contesto o tipologia di problematica? Quanto può davvero motivarci e portarci a migliorale la presa di consapevolezza che il non agire si adagia sulle scuse?

“È una frase motivante, ma non può essere applicata indiscriminatamente. A volte rimandiamo per paura del giudizio, del fallimento o di scoprire di non essere all’altezza. Altre volte incontriamo ostacoli reali che richiedono tempo, risorse e supporto. La domanda interessante è: che cosa ottengo, almeno nell’immediato, continuando a non agire? Evitare una conversazione difficile può ridurre l’ansia oggi, ma peggiorare una relazione domani. Rimandare una scelta può proteggerci dalla paura di sbagliare, ma impedirci di scoprire nuove possibilità. Per questo non credo nelle grandi dichiarazioni motivazionali se non sono accompagnate da azioni concrete. Non dobbiamo aspettare di sentirci completamente pronti, possiamo iniziare con un passo piccolo e sostenibile, imparando dall’esperienza. Non serve colpevolizzarsi per cambiare. Serve capire che cosa ci blocca e costruire una strategia per muoverci“.

In uno dei tuoi post sui social hai scritto “Puoi passare anni a cercare risposte e non accorgerti che sono le tue domande a tenerti bloccato”. Quali domande dovremmo farci per crescere?

“Le domande che ci poniamo influenzano il modo in cui interpretiamo la nostra vita. Se mi chiedo continuamente «Perché succede sempre a me?», rischio di concentrarmi soltanto su ciò che subisco. Se mi domando «Che cosa posso fare diversamente?», apro uno spazio per il cambiamento. Ci sono alcune domande che considero particolarmente utili: quello che sto facendo mi avvicina o mi allontana dalla vita che desidero? Sto cercando una soluzione oppure sto evitando una paura? Se continuassi a comportarmi così, dove arriverei? E, soprattutto, qual è la cosa più piccola che posso fare oggi per cambiare direzione? Spesso aspettiamo di avere tutte le risposte prima di agire. Vorremmo essere sicuri di fare la scelta giusta, conoscere in anticipo le conseguenze e sentirci pronti. Ma la chiarezza arriva anche attraverso l’esperienza. A volte non abbiamo bisogno di una risposta nuova, ma di una domanda capace di portarci fuori dai soliti schemi“.

Dichiari “Dal cammino di Santiago alle passeggiate quotidiane fino al mare: camminare, per me, è una meditazione in movimento e un modo per ascoltarmi”. Raccontaci di più.

“Camminare mi permette di rallentare e ascoltarmi. Siamo abituati a essere sempre produttivi, persino quando ci fermiamo, la mente continua a correre tra impegni, preoccupazioni e progetti. Il Cammino di Santiago mi ha fatto riflettere sull’importanza di distinguere ciò che è essenziale da ciò che è superfluo. Quando cammini per giorni, impari che non puoi controllare tutto e che non hai bisogno di portare con te tutto ciò che possiedi. Camminare non risolve magicamente i problemi, ma può aiutarci a osservarli da una prospettiva diversa. Alcuni pensieri perdono importanza, altri diventano più chiari e non serve attraversare la Spagna, a volte bastano trenta minuti vicino al mare, senza cuffie e senza l’obbligo di essere produttivi. Ci sono momenti in cui andare avanti significa semplicemente fare un passo alla volta“.

Qual è il vero lusso per la mente e per l’anima?

“Per me il vero lusso è poter scegliere dove mettere il proprio tempo, la propria attenzione e le proprie energie. È riuscire a dire di no senza sentirsi in colpa, godersi un momento senza controllare il telefono e smettere di dimostrare continuamente il proprio valore. Nel mio lavoro incontro persone che hanno raggiunto obiettivi importanti, ma non riescono a goderseli perché sono già proiettate verso il traguardo successivo. Hanno imparato a ottenere risultati, ma non sempre a sentirsi soddisfatte. Il problema non è voler migliorare, è quando il bisogno di migliorare diventa l’impossibilità di sentirsi mai abbastanza. Per me il vero lusso è avere una mente sufficientemente libera da apprezzare ciò che abbiamo, senza rinunciare a ciò che vogliamo costruire. È poter scegliere la propria direzione senza vivere costantemente in funzione delle aspettative degli altri. Possiamo possedere molte cose e avere pochissimo spazio per noi stessi. Il vero lusso è non essere costretti a vivere una vita che non ci somiglia“.

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Francesca Caon

La trasversalità del mio background costituisce un valore aggiunto che ho saputo mettere al servizio dei miei clienti, sia come ufficio stampa che come PR.

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