Nel 2019 la sua opera in marmo THE FIRST BABY è stata inviata nello spazio sulla Stazione Spaziale Internazionale durante la missione Beyond dell’ESA. Nel 2020 crea LOOK DOWN, collocata inizialmente in Piazza del Plebiscito a Napoli e successivamente nel deserto di Al Haniyah a Fujairah (UAE). Nel 2024 il modello in bronzo della DAVID inizia il Tour Mondiale sulla Nave Amerigo Vespucci, nel 2025 espone l’opera APPARATO CIRCOLATORIO nel padiglione Italia ad Expo Osaka 2025. Queste sono solo alcune delle tappe che caratterizzano il grande lavoro e successo di Jago, attualmente e da anni impegnato nella creazione della DAVID, nel suo laboratorio di Napoli, un progetto su un blocco di marmo di Carrara alto più di 4 metri.
Quest’opera monumentale verrà esposta nello Jago Museum Napoli all’interno della chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi. Proprio da qui, l’artista di fama mondiale, continua a sorprenderci, con la recente apertura del suo nuovo museo a Villa Lysis, la storica dimora dei primi del ’900 affacciata sul mare di Capri, al suo interno ci sarà anche un laboratorio di ricerca e produzione personale.
Sullo Jago Museum Capri a Villa Lysis hai dichiarato “Questo progetto apre una riflessione più ampia sul ruolo dei luoghi, perché ogni museo rappresenta il tentativo di custodire un’idea di bellezza”. Che cos’è la bellezza?
“La cosa più intelligente che posso fare rispetto a questa domanda è non rispondere, evito di rispondere per non rischiare di chiudere la possibilità della bellezza e il suo vero significato in un concetto. Non voglio dare delle definizioni, ovvero porre fine all’unica verità che la bellezza ha e che sta nella moltitudine dei suoi significati. Posso elegantemente evitare di tradirla nel tentativo di tradurla, è per questo che parlo di idea di bellezza, un museo è un’idea di bellezza e tale deve rimanere ma un’idea può essere così alta, non deve essere per forza portata in basso.
Io credo di fatto, potrebbe sembrare anche del tutto banale, in una bellezza che corrisponde a ciò che piace semplicemente perché questo continua ad insistere sulla moltitudine dei significati, dei miei, dei tuoi, dei loro significati che non vanno assolutamente tradotti e lì c’è tutto il valore di una bellezza personale. Credo anche in una bellezza, ma questo è un pensiero di Kant, che non ha scopo e che non ha concetto ed è lì la sua forza. L’arte smette di essere bella nel momento in cui deve essere a tutti i costi tradotta, spiegata, deve avere a tutti i costi un significato e lì forse rimane arte, ma forse non è più bella“.
Iniziamo con l’opera a cui ti stai dedicando adesso. Perché la tua DAVID è una donna?
“Sul motivo per cui la David è donna, la risposta è molto simile al significato di bellezza. Se mi sbilancio nelle mie motivazioni rinuncio alla possibilità di riempirmi dei significati degli altri, delle prospettive, dei valori che gli altri troveranno o non troveranno all’interno di quell’immagine, ho smesso nel tempo di volermi imporre rispetto al motivo per cui ho scelto un certo tipo di forma per un certo tipo di contenuto. David è anche una storia, è anche dei valori e trova oggi un determinato contenitore. Il rapporto è con il contenitore e poi spero che quel contenitore sia abbastanza vuoto per poter essere riempito dell’umanità, della visione, dei motivi, dei significati di chi fra un po’, quando l’opera sarà finita, si troverà lì davanti. Io ovviamente ho i miei motivi, posso dire semplicemente perché non c’era immagine più giusta alla quale potessi attribuire quel nome, però mi fermo lì. Queste risposte magari le maturerò nel tempo, cercando sempre di non tradire quello che semplicemente uno può vedere davanti ai propri occhi. Di cose se ne diranno o se ne diranno poche, questo per me non è importante, voglio tenermi lontano dai significati, soprattutto perché l’opera la sto ancora realizzando e ho ancora tanto da scoprire“.
“Le cose più grandi le hanno fatte le persone normali” questa è una delle frasi che ti caratterizzano. Non pensi di avere qualcosa di straordinario, una dote unica al mondo, riscontrabile solo nei veri artisti?
“Non penso di essere in alcun modo straordinario, extra ordinario, nel senso che quello che faccio, come lo faccio, a livello in cui lo faccio riguardo la mia ordinarietà, per me è semplicemente normale.
Non vedo niente di quello che faccio in modo incredibile e forse per questo non mi sento neanche meritevole del complimento. Mi sembrano più in linea le accuse, le critiche a volte, me le godo molto di più, mi danno più gioia rispetto ai complimenti perché se mi dicono “che bella mano che hai realizzato, un panneggio… sembrava vero”, non riesco ad entusiasmarmi perché per me quella cosa è ordinaria, è normale. La cosa extra ordinaria, per me, è realizzare una cassa, per esempio, pulire con cura e rimettere tutto al posto in modo ordinato dopo aver lavorato: quello mi dà una soddisfazione nuova. Le altre cose le faccio perché mi servono, perché è come respirare, non posso sottrarmi a quel meccanismo, perché mi manca l’aria altrimenti, sono cose meravigliosamente normali, ecco, diciamo così. Questa meravigliosa normalità la ritrovo in tanti che mi circondano, in tante persone splendidamente ordinarie che, nell’ordinarietà, hanno una ritualità del fare che rende speciale quel loro lavoro, quella loro attenzione. Speciale è il rapporto con gli altri, speciali sono quelli che mi circondano, che fanno questo percorso con me, loro mi sembrano veramente speciali“.
Nelle prime sculture hai utilizzato i sassi di fiume, poi hai scelto il marmo come materiale nobile, in APPARATO CIRCOLATORIO hai lavorato la ceramica, in una delle tue DAVID è subentrato il bronzo dorato come protagonista. Quanto influisce il pregio della materia prima? Ѐ la tipologia di roccia o metallo a far emergere quelle che poi saranno le caratteristiche essenziali dell’opera d’arte oppure è tutto l’opposto?
“Il materiale ha sempre un ruolo fondamentale per quanto mi riguarda, mi piace usare il termine “poetica del materiale” perché racconta già delle cose. Il bronzo ha delle caratteristiche naturali che possono enfatizzare un’opera in una certa direzione e il marmo ha altre caratteristiche, così come l’argilla che è qualcosa di spettacolare e che adoro. Il marmo è sofferenza, però anche resistenza.
Lavorare l’argilla è come fare un mandala, sei lì, poi questa cosa viene distrutta perché si deve trasformare e diventare altro, dall’inizio alla fine sai che quelle forme si trasformeranno in altre forme vivendo in altri materiali.
Scelgo dei materiali che si sono guadagnati nel tempo il termine di “materiale nobile della tradizione”, che hanno superato la prova del tempo e questo lo faccio spesso. Magari fatico a dipingere il bronzo perché vado a coprire la sua natura, se il bronzo lo lasci fuori all’aria aperta, da che era dorato, poi inizia a macchiarsi, inizia a reagire è un po’ camaleontico, si colora come l’ambiente circostante. Ci sono delle sculture meravigliose di Giuseppe Penone, di questi alberi in bronzo che sono veri semplicemente, neppure competono con la verità degli alberi intorno, tanto che sono riusciti a diventare alberi veri. Questo è il bronzo, ti dà questa possibilità e tu sei lì che osservi la vera scultrice, la natura, che in poco tempo fa qualcosa che nessuna patina artificiale avrebbe potuto creare, la natura vince sempre qui, vince sul marmo, vince su ogni cosa“.

Potremmo aspettarci un lavoro fatto interamente con l’oro?
“Sì, assolutamente. Ho immaginato più volte di realizzare delle cose in oro e il problema al momento è che me li immagino troppo grandi, ma chissà se magari un giorno si possa veramente fare una cosa unicamente con quel materiale. Delle idee già ci sono magari arriverà il momento giusto per darle forma“.
I tuoi soggetti sono nudi, spogliati da ogni orpello, alcuni accompagnati solo da qualche accessorio o strumento, tutto sembra essere essenziale nella sua complessità e maestosità, considerando il forte impatto e stupore che ha avuto sul mondo HABEMUS HOMINEM, il potere comunicativo è dato esclusivamente dalle forme, posizioni ed espressioni. Come ci riesci?
“Non ho una risposta precisa a questa domanda. Non so effettivamente cosa sia riuscito a fare, però mi rendo conto che quando decido di realizzare una cosa in una determinata forma è perché dentro di me sono abitato da una certezza. So che è l’immagine giusta, so che il tempo che dovrò dedicare alla realizzazione di quell’opera è ben impiegato. Il mio è anche un lavoro di selezione tra le infinite immagini che mi arrivano nella testa e che così, lì per lì, sono tutte degne di essere percorse, realizzate e poi invece devo scegliere a cosa veramente dedicare tempo perché devo sempre ricordarmi che per fare quello che faccio posso anche impiegare degli anni.
Voglio fare cose che possano aiutarmi e che nel percorso realizzativo mi garantiscano una gioia, possano diventare veramente una scuola per me, per imparare qualcosa su me stesso.
Però le immagini arrivano, meno distratto sono e più sono in comunicazione con ciò che c’è in una determinata forma e che poi mi arriva come suggestione, appare all’improvviso come immagine. In questo non credo che ci sia niente di speciale, è un fatto di prestare attenzione a qualcosa che già esiste in forma potenziale, poi tu ti fai tramite, affinché quell’immagine possa emergere, mi limito a fare questo“
Il sasso di fiume diventa tenero, da tagliare con un coltello nel progetto CARNE. Il marmo perde la sua rigidità di roccia e si assottiglia come un lenzuolo che copre il FIGLIO VELATO, assume lo stato liquido come il mare di Capri a cui è ispirata l’opera ACQUA del 2025, esposta per la prima volta allo Jago Museo Capri. A livello pratico, quante ore di studio e lavoro ci vogliono per creare questi effetti?
“Questa è una domanda interessante, non ho mai fatto un calcolo, però posso dire che, se di lavoro parliamo, ho sempre lavorato tanto, e di più. Sicuramente se e quando ci si affida alla capacità della mano di tradurre un’idea in forma, la mano deve essere allenata, altrimenti si sarà costretti ad affidarlo alla mano di qualcun altro. Ora, dato che provo un grande piacere nel realizzare, nel tradurre le mie idee in forme concrete, le mie mani devono essere allenate. Questa è una cosa che si fa giornalmente, come un violinista o un pianista che è compositore, ma è anche concertista, quindi dovrà allenare entrambe le cose. Nel mio caso, devo essere allenato a 360° al fine di riuscire a tradurre nel modo più corrispondente alla mia idea originale dell’opera che, almeno in forma potenziale, esiste nella mia testa. Ogni tanto va bene anche prendersi qualche pausa e tenere le mani operose altrove, leggere e studiare, che è un’altra parte fondamentale, perché non è solo un fatto pratico, quello è altrettanto importante“.

Quale opera ha segnato un punto fondamentale nella tua vita e nella tua carriera? Parlaci del momento in cui hai avvertito e realizzato che qualcosa stava cambiando?
“Continuo ad essere sempre la stessa persona. Per me è la prima opera che ho realizzato con un pezzettino di legno, la prima o forse la seconda, non è preciso nella mia memoria tutto questo. Non so cosa considerare opera, questa è la verità, però era realizzata con un pezzettino di legno preso da un nocciolo in giardino, trovato per strada, così, fatto con una piccola sgorbio e un coltellino, e con quello che sto facendo adesso non porta nessuna differenza. Continuo ad essere lo stesso identico bambino innamorato di quel momento, del miracolo nel momento della creazione, perché il tema è quello, quando fai esperienza della creazione, non è importante la dimensione, non è importante il risultato, non c’è un momento in cui dici “ah ce l’ho fatta, sì, adesso, questa è l’opera determinante”. Ogni età ha le proprie cose più importanti, e quindi io sono sempre lo stesso e mi godo il viaggio allo stesso modo. Non è cambiato assolutamente nulla”.
Volendo parlare di aspetti più concreti. Hai mai rifiutato una somma di denaro che ti hanno offerto per una tua opera e perché? Quale deve essere l’imput che ti porta a vendere oppure a respingere l’offerta?
“Questa è una cosa che succede molto più spesso oggi perché, da un punto di vista materiale e di notorietà, arrivano più richieste. Devi essere bravo a non lasciarti sedurre dalla volontà di massimizzare a tutti i costi un risultato in termini economici, ma ricordarti sempre quello che fai, perché lo fai, come lo fai, il livello a cui lo vuoi fare e come vuoi essere felice.
A me rende felice fare le cose che amo e non voglio essere distratto da un’infinità di altre proposte possibili, alle quali magari mi ritrovo a dire di sì per motivi economici, ma che poi mi tolgono tempo per quello che veramente conta. Su questo, quindi, sono molto tranquillo. Poi se riesci a costruire un percorso che ti garantisca la libertà e privilegio di poter dire di no, allora tanto meglio. Nel saper dire di no c’è una grandissima libertà, una libertà che si conquista con il tempo, con la serietà e con la professionalità. Agli inizi è più complicato, mi è successo diverse volte di aver rifiutato delle richieste di acquisto e delle commissioni molto importanti, che avrebbero potuto segnare una svolta, anche da un punto di vista economico. Ero abitato da una incoscienza di chi vive in un sogno. Chi vive in un capannone a Long Island o dorme su un tavolo di marmo, letteralmente lo dico perché è successo, o pulisce i bagni in Grecia in cambio di un pranzo e fa quello di lavoro, vive in un sogno. Per me è sempre stato un sogno, ognuna di quelle fasi sono state meravigliose, quindi figuriamoci se potevo essere preoccupato. Addirittura mi sembrava di perdere l’occasione di trattenere qualcosa che invece poteva restare mio.
Forse oggi il museo è un po’ questo: il tentativo di non perdere delle cose là dentro, dentro il museo ci sono tanti no, tanti rifiuti, tanti “no questo non lo vendo perché rimane là, resta mio”. Questo è un modo di fare che può non essere capito, magari ti criticano per un atteggiamento del genere, però io, e anzi, forse direi noi, ci stiamo bene dentro oggi”.
Generare un corpo che occupa uno spazio, con una propria dimensione, come influisce tutto questo in maniera strutturale e pratica sul tuo lavoro?
“Le dimensioni dell’opera, le dimensioni del corpo che occupano uno spazio fisico sono determinanti. C’è un pensiero che nasce e un lavoro che procede molto prima di dare il primo colpo di scalpello o di martello. C’è la progettazione, non solo del prima, del dove realizzare l’opera, ma anche addirittura già del trasporto, dell’istallazione. Oggi lavoriamo in questo modo, devo ragionare a 360°, non inizio un progetto e poi vedo, il progetto è già compiuto, è già un cerchio chiuso, so esattamente come inizia e come finisce. Certo, poi cambia la forma, un cerchio un po’ più grande, un cerchio un po’ più piccolo ma sempre cerchio è, e non si può lasciare un varco. Si cerca di farlo con estrema professionalità, ma i luoghi sicuramente sono importanti, le dimensioni sono determinanti e cambiano il lavoro, ovviamente“.

Che ruolo svolgono i colori e l’esposizione a luci e ombre, perché la prevalenza di bianco e nero?
“Lavorare con il marmo prevalentemente dà la possibilità di vedere delle immagini che riflettono tutti i colori potenzialmente, che li assorbono e li riflettono, e si colorano degli ambienti circostanti, quindi che l’illuminazione sia artificiale o naturale, è sempre totalmente fondamentale, è determinante. Il mio è un lavoro che si fa con la luce dall’inizio alla fine, la rifinitura è un lavoro di luce, più che di mano, e la sensibilità che si ottiene alla fine è data dal modo sapiente in cui si utilizza la luce, non solo nella messa in scena finale, ma anche nella lavorazione. Il bianco e nero è una possibilità, vuol dire volume, contrasti, profondità, espressione. Il marmo, nel suo esser fatto di contrasti, che a me piacciono forti, è la possibilità del fermo, è “freezato” nella possibilità di tutto il resto, di tutto quello che gli manca, perché lo accoglie. Nel museo di Sant’Aspreno, le opere in diversi momenti della giornata si colorano e riflettono l’ambiente circostante, così com’è la luce che penetra dalla cupola e che si appoggia sui marmi, è una cosa meravigliosa“.

Parlaci della tua visione sulla vita, sull’amore, sull’eternità.
“Forse vale la pena dire soltanto qualcosa sull’amore che contiene la vita e forse l’eternità ma non mi sbilancio perché veramente è troppo limitata in questo senso. Quello che mi sento di dire è che vale la pena vivere la vita in relazione a questa grande possibilità che l’amore rappresenta, perché l’amore è la follia e noi tutti ne facciamo esperienza in vita, è quella cosa che innesca la creatività. Non ci può essere creatività senza la libertà, senza la follia che è libera perché non conosce ragioni, esattamente come l’amore. Abbiamo dovuto inventare la ragione per occuparci delle cose di tutti i giorni, abbiamo dovuto circoscrivere il nostro agire al principio di non contraddizione che ci permette di essere quello che siamo, di vivere anche civilmente. Ma poi, alla fine, se ci facciamo caso i sentimenti più incredibili sono irragionevoli e non tengono conto di questo principio. Sono tutto il contrario di tutto e lì sta la meraviglia, quindi vale la pena vivere la vita e aprire la porta all’amore, alla sana follia, per fare poi, in fin dei conti, esperienze della creazione.
Io credo che valga la pena vivere per questo“.
