C’è una differenza sottile tra chi usa le parole e chi le abita.
Nel primo caso, la comunicazione è uno strumento. Nel secondo, diventa una responsabilità.
È in questo spazio che si muove Daniele Viganò: un percorso costruito non tanto sulla teoria, quanto sull’esperienza diretta, sugli errori e su una continua ridefinizione del linguaggio come leva di cambiamento.
Imprenditore, formatore, autore di libri tradotti in oltre venti Paesi, Viganò attraversa mondi diversi, dalle vendite al farmaceutico, fino alla formazione, senza mai perdere un filo conduttore: capire cosa accade davvero quando comunichiamo e soprattutto, cosa accade quando non lo sappiamo fare.
Quanto pesa, oggi, la responsabilità di chi insegna comunicazione in un contesto in cui le parole possono spostare denaro, consenso e decisioni?
“Pesa moltissimo e credo che spesso non ce ne rendiamo conto fino in fondo. Faccio spesso un parallelo con lo sport: c’è un punto, in cui tutto si decide su dettagli invisibili. Un centimetro, una frazione di secondo, una traiettoria leggermente diversa.
Jannik Sinner lo ha dimostrato ancora una volta: si può vincere o perdere per una variazione minima, impercettibile agli occhi meno allenati.
Eppure, fuori dal campo, continuiamo a sottovalutare un altro elemento altrettanto invisibile e decisivo: le parole.
Le parole vengono spesso considerate inconsistenti, perché non si vedono e non si toccano. Ma è un errore di percezione. Faccio sempre una metafora molto semplice: anche l’aria non la vediamo, eppure è ciò che ci tiene in vita.
Le parole funzionano allo stesso modo. Sono invisibili, ma strutturano tutto: relazioni, decisioni, opportunità.
Il punto non è parlare, ma saper dire. Dire le parole giuste, nel momento giusto, nella maniera giusta. È qui che si gioca la differenza tra chi comunica e chi incide.
La comunicazione è coinvolgimento e non è una definizione da manuale: è una responsabilità. Perché cambiare le parole significa cambiare i risultati. E, spesso, cambiare la propria vita.
A maggio porterà questo approccio dentro un’aula universitaria, alla Sapienza Università di Roma, davanti a studenti che stanno per iniziare a scrivere il proprio percorso. Non un passaggio casuale, ma quasi simbolico: insegnare la comunicazione a chi sta per entrare nel mondo significa, in fondo, incidere su ciò che verrà scritto dopo“.

Nel suo percorso il linguaggio sembra essere sempre uno strumento di apertura. C’è stato un momento in cui, invece, le parole le hanno chiuso delle porte?
“Assolutamente sì. Ed è stato un momento molto chiaro, anche se all’epoca non ne avevo piena consapevolezza; non sapevo usare le parole e la cosa più interessante è che, ripensandoci oggi, non era tanto un problema di contenuto.
Spesso dicevo anche cose corrette, ma erano nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, nella sequenza sbagliata.
La sequenza è fondamentale: è come il PIN di una carta di credito. Puoi ricordare i numeri, ma se non li metti nell’ordine corretto non funziona.
La comunicazione è architettura e io non avevo ancora capito come costruirla.
Il primo discorso pubblico, nel 1992, è stato emblematico. Dovevo parlare per quindici minuti davanti a imprenditori del settore farmaceutico. Dopo meno di due minuti, il presidente mi ha fermato: “Grazie Daniele, è a posto così”.
Non era finito. Non era neanche iniziato davvero. Quello è stato uno spartiacque perché lì capisci che non basta avere qualcosa da dire: devi sapere come farlo arrivare.
Da quel momento è iniziato un lavoro profondo, non solo sulla parola, ma sulla struttura della comunicazione e quando inizi a comprenderla, ti rendi conto che puoi influenzare qualsiasi ambito della tua vita“.
Nel mondo della formazione si promettono trasformazioni rapide. Lei crede nei cambiamenti veloci?
“Credo che il cambiamento possa essere molto più veloce di quanto si pensi, ma solo se si verifica una condizione precisa: bisogna essere disposti a mettere in discussione sé stessi.
Il vero ostacolo non è il tempo, non è la complessità del metodo, non è nemmeno il contesto, il vero ostacolo è l’ego. È quella voce interna che ti dice: “So già”, “Il mio modo è migliore”, “Questo non fa per me”.
Finché quella voce resta dominante, qualsiasi percorso, anche il più efficace, non produce risultati.
Quando invece riesci a sospenderla, anche solo temporaneamente, succede qualcosa di interessante: inizi ad ascoltare davvero e lì il cambiamento accelera.
Io lavoro con percorsi relativamente brevi, 8-9 sessioni ma la velocità non dipende dalla durata, dipende dalla disponibilità della persona. Se la porta è chiusa, puoi spingere quanto vuoi ma se si apre, il cambiamento entra“.
Ha formato migliaia di persone. Qual è la distanza più grande tra chi impara e chi riesce davvero ad applicare?
“La distanza si chiama umiltà. È una parola che spesso viene fraintesa, perché la si associa a qualcosa di passivo o rinunciatario. In realtà è esattamente il contrario: è una condizione attiva, operativa.
È la capacità di riconoscere che c’è qualcosa che ancora non sai e che puoi impararlo.
Ho parlato davanti a 20 persone, 200, 2.000, fino a 14.500 alla Movistar Arena di Bogotà, dove prima di me c’erano anche persone come Steve Wozniak.
Alla fine dipende sempre dalla persona e dalla sua disponibilità ad aprirsi al cambiamento.
E qui torno allo sport: guardiamo Jannik Sinner. La cosa che colpisce è la sua umiltà. Dopo aver vinto Wimbledon, la prima cosa che ha detto è: “Devo migliorare nella battuta”.
Quella non è modestia. È struttura mentale ed è la stessa struttura che serve per trasformare davvero ciò che si impara“.
Nel suo percorso ha attraversato settori molto diversi. È stata strategia o capacità di intercettare il cambiamento?
“È stata la capacità di accettare il cambiamento, prima ancora che intercettarlo. Spesso si pensa che esista un percorso lineare, una traiettoria già definita. In realtà, nessuno ha il proprio libro già scritto.
Lo scriviamo vivendo, prendendo decisioni, cambiando direzione quando serve. Io sono partito dalle vendite, che sono state una sorta di palestra. Poi sono entrato nel mondo farmaceutico, poi nell’immobiliare, poi nella formazione.
Non c’era un piano preciso ma c’era una disponibilità a muovermi.
Uso sempre una metafora molto semplice: lo stagno e il fiume.
Lo stagno è fermo, si chiude su sé stesso, non evolve. Il fiume invece scorre, incontra ostacoli, cambia percorso, ma continua ad andare avanti fino ad arrivare al mare.
Noi dobbiamo essere fiume.
Perché il mondo cambia continuamente, e resistere al cambiamento oggi è il modo più veloce per restare indietro“.
Che rapporto ha con il silenzio?
“È uno degli strumenti più sottovalutati. Oscar Farinetti mi chiama “l’uomo delle pause”, e in fondo è una definizione che mi rappresenta. Perché la comunicazione non è fatta solo di parole, ma anche di spazi. Il silenzio ti permette di ascoltare davvero, di osservare, di raccogliere informazioni che altrimenti perderesti e anche di dare il giusto peso a ciò che dici“.
Se potesse parlare al sé stesso di vent’anni fa, cosa gli direbbe di non fare, prima ancora che cosa fare?
“Gli direi soprattutto cosa non fare. Aspetta.
Sembra un consiglio semplice, ma per me non lo è stato. Sono sempre stato una persona molto orientata all’azione, molto “attaccante”, come si direbbe nello sport.
È una qualità, ma solo se bilanciata, perché quando diventa impulso, rischia di portarti a prendere decisioni senza il giusto tempo di elaborazione.
Alcune scelte che ho fatto troppo velocemente mi sono costate molto, anche dal punto di vista economico. Non perché fossero completamente sbagliate, ma perché non erano maturate abbastanza. Prendersi tempo non significa rallentare ma decidere meglio. Questo è il filo conduttore dei prossimi anni“.
Oggi, guardandosi con lucidità, c’è qualcosa che non si è ancora perdonato?
“Sì, ed è qualcosa che non riguarda il lavoro. Riguarda la mia famiglia.
I miei genitori si sono separati nel 1972, quando ero molto piccolo ed è stato un momento complesso, come lo è per tanti bambini.
Quando cresci in quel contesto, ricevi versioni diverse della realtà e costruisci delle convinzioni che poi ti porti dietro per anni.
Col tempo ho capito che alcune cose non erano come le avevo interpretate e ho realizzato che avrei potuto perdonare mia madre molto prima.
Ci ho messo tempo. Troppo.
Oggi il rapporto è completamente diverso ed è una persona che adoro.
Ma quella consapevolezza arriva sempre con un piccolo peso: quello del tempo che non torna“.
Progetti futuri?
“Il primo libro, “Sette giorni per volare”, era la mia storia. Ci ho messo due anni e mezzo a scriverlo ed è stato tradotto in 23 Paesi.
Pensavo di non scrivere più, invece ho scritto un secondo libro sulla comunicazione.
Non scriverò un terzo libro. Ho una community che si chiama Wave, una società quotata che si chiama Rocket e sono presidente di una società tecnologica, Stand Up.
Il mio progetto è internazionale: il mondo ha bisogno di più ispirazione“.
