Fabio Mancini

Fabio Mancini, la lezione più difficile: imparare a guardarsi dentro

31 Marzo 2026

Volto iconico della moda internazionale, per anni simbolo di eleganza accanto a Giorgio Armani, Fabio Mancini ha abitato a lungo uno dei territori più esigenti e seducenti della nostra epoca: quello dell’immagine. Un mondo in cui il corpo diventa linguaggio, la bellezza misura, la perfezione quasi un dovere. Eppure, proprio attraversando quell’universo costruito sull’apparire, negli anni ha maturato una consapevolezza diversa: che l’estetica, se non incontra una coscienza, rischia di restare soltanto superficie.

È da questa presa di coscienza che nasce il suo percorso più recente, fatto di ascolto, dialogo e responsabilità umana.

C’è qualcosa di profondamente disarmante in un uomo che per anni ha incarnato l’immagine e oggi sceglie di parlare di fragilità. Fabio Mancini appartiene a quella categoria rara di persone che, dopo essere state guardate da tutti, hanno deciso finalmente di guardare dentro. E da quel dentro è uscito un lessico inatteso: dialogo, educazione, gentilezza, perdono, famiglia, compassione. Non la retorica motivazionale ma il tentativo sincero di dire ai ragazzi che non devono misurarsi nello specchio deformante dei social, né inseguire una perfezione che non esiste. Nelle scuole, dove incontra giovani spesso “schermati da questo schermo” e incapaci perfino di nominare le emozioni, Mancini porta soprattutto questo: la prova vivente che si può attraversare l’ego senza restarne prigionieri, e che la bellezza, se non incontra coscienza, resta solo superficie.

Il suo European School Project nasce dall’incontro diretto con gli studenti: cosa vede negli occhi dei ragazzi? Quali sono le fragilità o le paure che emergono più spesso?

«Quello che vedo è una generazione che ha un bisogno enorme di dialogo. L’essere umano ha sempre avuto bisogno di parlare, di raccontarsi, di confrontarsi. Oggi però i ragazzi sono cresciuti dentro uno schermo. Non è solo uno strumento: è diventato quasi una barriera emotiva. Quando li incontri davvero, quando li guardi negli occhi e inizi a parlare con loro senza giudicarli, ti accorgi che spesso non hanno neppure il vocabolario emotivo per spiegare cosa provano.

Molti di loro non sanno distinguere bene le emozioni. Non perché siano superficiali, ma perché non hanno mai avuto uno spazio in cui poterle esprimere senza sentirsi giudicati. Quando durante gli incontri iniziano a raccontarsi, emergono solitudini, paure di non essere all’altezza, il timore costante del giudizio. La cosa più importante allora diventa creare uno spazio in cui qualsiasi cosa dicano non venga invalidata. Non bisogna correggerli subito, non bisogna dire loro che hanno torto. Bisogna accogliere. Solo da lì può nascere un vero dialogo».

In un’epoca in cui i giovani crescono immersi nei social e nella pressione dell’immagine, lei parla spesso di autenticità. Come si insegna a un ragazzo a non definire il proprio valore attraverso lo sguardo degli altri?

«È una domanda complessa, perché io stesso vengo da un mondo che ha costruito la propria forza proprio sull’immagine. Per anni sono stato dentro l’universo della moda, che è un mondo in cui la percezione esterna conta moltissimo. Però proprio per questo ho imparato una cosa: se non capisci chi sei veramente, quell’immagine finisce per divorarti.

I ragazzi oggi crescono in un contesto in cui sembra che tutto debba essere perfetto. Il corpo perfetto, la foto perfetta, la vita perfetta. Ma la perfezione è una costruzione artificiale. Io nelle scuole cerco di fare una cosa molto semplice: abbattere quel muro di distanza che loro vedono. Perché quando mi guardano vedono il modello, vedono un’immagine irraggiungibile. Allora racconto la normalità: che mangio come tutti, che ho difetti come tutti, che ho sbagliato come tutti.

Quando capiscono questo succede qualcosa di importante. Capiscono che non devono essere perfetti per avere valore. E forse il prezzo psicologico più alto che stanno pagando oggi è proprio questo: la convinzione di dover essere sempre all’altezza di uno standard impossibile».

Il suo progetto mette al centro autostima, rispetto e consapevolezza. Perché ritiene che questi temi oggi siano diventati quasi più importanti delle competenze tecniche o professionali?

«Perché senza queste basi le competenze diventano fragili. Puoi essere bravissimo tecnicamente, ma se non hai autostima, se non sai gestire le emozioni, se non hai rispetto per te stesso e per gli altri, quella competenza rischia di non trovare mai una direzione.

Quello che cerco di far capire ai ragazzi è che ognuno di loro ha una qualità diversa. Non tutti devono diventare la stessa cosa. Non tutti devono essere primi della classe nello stesso modo. La scuola spesso tende a misurare tutti con lo stesso metro, ma la realtà della vita è molto più complessa. C’è chi ha una sensibilità artistica, chi ha una capacità manuale, chi una grande empatia.

Il compito di un educatore dovrebbe essere quello di aiutare ogni ragazzo a scoprire la propria qualità e a svilupparla. Quando questo accade, cambia completamente il modo in cui i ragazzi guardano a se stessi».

Nei dialoghi con gli studenti emerge spesso il tema del bullismo e del giudizio. Secondo lei da dove nasce questa aggressività tra i giovani?

«In molti casi nasce proprio dalla fragilità. Quando un ragazzo non si sente sicuro di sé, quando non ha strumenti per gestire le proprie emozioni, spesso reagisce attaccando gli altri. Oggi poi esiste un elemento nuovo che amplifica tutto: l’anonimato digitale.

Dietro uno schermo è molto più facile insultare qualcuno. Se puoi farlo con un nickname, senza responsabilità, senza che il tuo nome e cognome siano collegati a quello che dici, diventa quasi un gioco. Ma quel gioco ha conseguenze reali sulle persone.

Per questo con il mio team stiamo ragionando anche su soluzioni concrete, come l’idea di collegare l’identità digitale a sistemi di riconoscimento come lo SPID. Non per controllare, ma per responsabilizzare. Perché dire qualcosa sapendo che dietro c’è la tua identità cambia completamente il modo in cui ti comporti».

Qual è la domanda più difficile che un ragazzo le ha fatto durante i suoi incontri nelle scuole?

«Una volta un ragazzo mi ha detto una cosa che non dimenticherò mai. Mi disse: “Io so di non essere bello come lei. A volte ho pensato anche al suicidio per questo. Come posso dimostrare agli altri che valgo qualcosa?

È una domanda che ti spiazza. Perché capisci quanto l’idea di bellezza possa diventare una prigione.

Io gli ho risposto raccontandogli la verità. Gli ho detto che anche io, da ragazzo, non ero quello che sono oggi. Che ho lavorato su me stesso, ma non solo sul corpo. Ho lavorato sulla cultura, sulla gentilezza, sull’educazione.

La bellezza esteriore è una cosa fragile. Arriverà sempre qualcuno più bello di te. Ma ciò che hai dentro, la profondità, la capacità di capire gli altri, quella è una ricchezza che può crescere per tutta la vita».

Nel suo percorso personale la rabbia è stata una forza propulsiva. Ha mai avuto paura che lasciandola andare potesse perdere anche l’ambizione?

«La rabbia è stata una grande forza nella mia vita. Quando ero giovane ho vissuto momenti difficili. I miei genitori si separarono e in quel periodo non avevo la possibilità economica di continuare gli studi come avrei voluto.

Quella frustrazione diventò rabbia. Ma quella rabbia mi spinse a muovermi, a cercare una strada.

Poi però ho incontrato delle persone che mi hanno insegnato qualcosa di fondamentale: la rabbia è energia, ma se non la gestisci può distruggerti.

Ho avuto grandi maestri nella mia vita: Giorgio Armani, il Dalai Lama, Papa Francesco, mio nonno. Ognuno di loro mi ha insegnato che la forza non sta nel reprimere le emozioni, ma nel trasformarle».

Arriviamo alla sua pratica buddhista. In che modo ha cambiato il suo sguardo sulla vita?

«Il buddismo mi ha insegnato una cosa molto semplice ma molto difficile da vivere davvero: fare il bene senza aspettarsi nulla in cambio.

Viviamo in una società in cui tutto è scambio, tutto è calcolo. Invece la vera felicità nasce quando inizi a chiederti non solo cosa vuoi ricevere, ma cosa puoi dare».

Nel suo libro 108 volte mi perdono il perdono diventa un passaggio centrale. È un concetto che riesce a trasmettere anche ai ragazzi?

«I ragazzi sono molto più pronti al perdono di quanto pensiamo. Sono curiosi. Quando sentono parlare di perdono si aspettano delle regole per diventare perfetti. Invece il messaggio è l’opposto: imparare a perdonarsi.

Perché quando giudichiamo qualcuno puntiamo il dito. Ma se guardiamo bene la mano vediamo che tre dita sono rivolte verso di noi. Significa che ogni giudizio parla anche di noi».

C’è qualcosa che oggi fatica ancora a perdonare a se stesso?

«Oggi no. Perché tutte le persone a cui sentivo di dover chiedere scusa, l’ho fatto.

Quando hai successo, soldi, fama, rischi di guardare il mondo dall’alto verso il basso. Io ci sono passato.

Poi ho capito che il vero punto di vista è l’opposto: mettersi sotto e guardare verso l’alto».

In un’epoca piena di coach e guru, come evita di trasformarsi in un’autorità morale?

«Non mi considero un guru. Non lo sarò mai.

Ho imparato che un maestro può essere chiunque. Può essere un pastore che lavora la terra, può essere un padre muratore, può essere una madre bidella.

La vera saggezza nasce dall’esperienza».

Lei parla spesso di vulnerabilità. Crede che oggi gli uomini abbiano finalmente il permesso di mostrarsi fragili?

«Credo che oggi l’uomo reale sia quello che non ha paura della propria sensibilità.

L’uomo reale non è quello che resta seduto sul divano mentre la moglie fa tutto. L’uomo reale è quello che lava i piatti, che aiuta, che condivide.

Non è debolezza. È umanità».

Lei sostiene che il vero problema dell’essere umano sia l’ego. Come si spiega questo concetto a ragazzi che vivono in una cultura che premia continuamente l’autoaffermazione?

«L’ego non è necessariamente qualcosa di negativo. Esiste un ego sano che ci spinge a migliorarci. Il problema nasce quando l’ego diventa il centro di tutto e ci fa sentire superiori agli altri. In quel momento perdiamo il contatto con la realtà. Il vero lavoro su se stessi è imparare a riconoscere questa dinamica»

Oggi cosa la motiva?

«Oggi mi motiva l’idea di poter restituire qualcosa. Per anni ho ricevuto molto dalla vita. Oggi sento che il mio compito è condividere ciò che ho imparato, soprattutto con i giovani».

C’è una parte di lei che il pubblico forse non si aspetterebbe.

«La parte femminile. Non è omosessualità, è sensibilità, è umanità. L’uomo vero oggi, secondo me, è quello che aiuta, che condivide. Quello che lava i piatti, che si mette ad aiutare la moglie, che dice: “Facciamo insieme”. Non quello che sta sul divano mentre l’altra persona fa tutto. Essere uomo oggi significa anche sviluppare quella parte lì, evolverla.

Però questa consapevolezza non è qualcosa con cui nasci. Io, per esempio, arrivo da una formazione completamente diversa, molto più rigida, fatta di disciplina e sacrificio.

Il mio primo mentore è stato mio padre. Avevo 13 anni e volevo il Nokia 3310. Mi disse: “Te lo regalo, ma devi lavorare tre mesi”. Tre mesi sotto il sole. In quel momento non capivo, oggi sì. Perché se non fai sacrificio, non dai valore alle cose.

Poi è arrivato Giorgio Armani, che mi ha insegnato un’altra cosa: arrivare sempre prima degli altri, andare via per ultimi. Dimostrare a te stesso che sei numero uno. Quello è l’ego buono.

Ecco, il punto è proprio questo: mettere insieme queste due parti. Da una parte la disciplina, dall’altra la sensibilità. Io oggi penso che la vera forza sia riuscire a essere completi. Se sviluppi solo la parte dura resti incompleto. Se sviluppi anche quella più sensibile diventi più equilibrato.

Perché alla fine non è una questione di togliere, ma di smettere di dimostrare e iniziare a essere. E forse il vero lusso, oggi, è proprio questo».

Ph. Credits: Gianmarco Di Maio

Outfit: Giorgio Armani & Angelo Inglese

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