Le prime estati nei laboratori orafi, trascorse a osservare orefici e incassatori al lavoro, gli hanno insegnato anche qualcosa di sé: «Ho capito che non ero bravo con le mani». Davide Bossoletti lo racconta con schiettezza, ripercorrendo un legame con la gioielleria nato da ragazzino e diventato un progetto imprenditoriale.
Alla guida di Il Marchese Diamonds, il suo interesse si concentra sulle possibilità del su misura: creazioni che richiedono ogni volta soluzioni diverse, nelle quali la progettazione digitale e la stampa 3D affiancano il lavoro dell’artigiano. «Mi complico la vita anziché semplificarla», dice. Una scelta che vorrebbe spingere fino alla personalizzazione del taglio dei diamanti, portando il disegno direttamente sulla pietra.
Tra radici familiari, ricerca tecnologica e attenzione ai rapporti umani, Bossoletti racconta a Luxury People il percorso che lo ha portato fin qui e la sua lettura di un settore in trasformazione, dai diamanti creati in laboratorio all’oro da investimento.
È entrato nel mondo dei gioielli da giovanissimo. Che cosa ricorda delle prime esperienze?
«In realtà lo facevo quando ero piccolissimo, a dodici, tredici, quattordici anni, durante l’estate. Trascorrevo del tempo nei laboratori di amici che lavoravano come incassatori e orefici. I primi anni di esperienza nel settore sono quelli. Ovviamente era un’esperienza limitata a quello che può fare un ragazzino in un laboratorio dove ci sono adulti che lavorano. Però lì, quantomeno, ho capito che non ero bravo con le mani. Non sono mai stato un bravo orefice né un bravo incassatore: me ne sono reso conto proprio allora».
Da chi ha imparato a conoscere questo mondo?
«La mia famiglia è abbastanza ampia e ho origini un po’ da tutto il mondo: mio nonno è nato negli Stati Uniti, mia mamma è guatemalteca, mia zia è tedesca e mio zio, che è morto un po’ di anni fa, era messicano.
Vengo da una famiglia di separati. Mio padre aveva un’azienda molto importante in provincia di Alessandria e produceva clinker. Il padre acquisito, del secondo matrimonio di mia madre, invece era il gioielliere. Ho imparato da lui, quando ci siamo trasferiti a vivere a Valenza. Avevo otto, nove anni».
Perché ha scelto il nome Il Marchese Diamonds? E che cosa sente di aggiungere all’eredità familiare?
«Il Marchese Diamonds si porta dietro la tradizione di mio padre che ha un titolo nobiliare del 1430, conferito dal re di Spagna. La mia famiglia ha origini genovesi e, ai tempi, il re di Spagna veniva spesso a Genova: le persone più fidate di quelle zone venivano premiate con un titolo nobiliare. È lì che nasce Il Marchese Bossoletti che nel mondo di oggi diventa il Marchese Diamonds.
Ci sto mettendo del mio, nel senso che sto provando a fare delle cose belle. Per me questo è il “trade della vita”: abbino la passione che ho per questo settore alle radici che mi porto dietro.
Ho un amico appassionato di storia, anche lui con un titolo nobiliare, che ogni volta mi ricorda i collegamenti con la storia della mia famiglia. Credo che, alla fine dei conti, che uno voglia o non voglia, il proprio collegamento con la storia ci sia. Il nostro percorso è dettato un po’ anche da quello che erano e sono state le persone che ci hanno preceduto».

Il vostro progetto LAB mette in dialogo artigianalità e nuove tecnologie. Quali possibilità apre e dove resta fondamentale la manualità dell’orafo?
«La tecnologia ormai, soprattutto nel mondo della gioielleria, è diventata predominante. Consente di fare cose che prima era impensabile realizzare, perché a mano puoi arrivare fino a un certo punto. Da un altro punto in avanti serve necessariamente la tecnologia, soprattutto quando hai bisogno di fare cose molto precise.
Noi lavoriamo tanto sul tailor made e sul custom. I progetti sono tutti diversi l’uno dall’altro e c’è sempre una tecnologia diversa da utilizzare, oppure una manualità diversa. È un lavoro complicato: mi complico la vita anziché semplificarla. Però credo che nel lungo termine paghi, perché facendo così hai il vero custom, il vero tailor made. Ci siamo specializzati in questo.
La chiave di volta sono state le stampanti 3D. Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, un mio caro amico è stato uno dei primi importatori a Valenza. Era più o meno il periodo in cui iniziavo a lavorare e da lì ho imparato che si poteva osare tanto anche nella realizzazione dei gioielli.
Da quel momento abbiamo utilizzato sempre di più la tecnologia, ma con una componente di manualità fondamentale: le finiture, l’incassatura delle pietre e certi passaggi devono per forza essere manuali».
Parlando di diamanti, lei ha spostato l’attenzione sul confronto tra naturali e lab grown. Come sta cambiando il mercato, dal suo punto di vista?
«Oggi si parla sempre di più di lab grown, che sono un mondo a parte rispetto ai diamanti naturali. Il mercato dei diamanti naturali ha avuto il suo minimo storico nel dicembre del 2025. Il prezzo delle pietre è sceso talmente tanto da determinare anche le scelte di chi compra diamanti, magari non piccoli, ma molto importanti.
Il mercato dei diamanti è sempre stato un mercato di nicchia e si è visto privare di quello che era un po’ il valore dell’investimento, perché è sceso tantissimo.
Dietro questa discesa c’è tutto quello che nasce dai diamanti lab grown. Non sono naturali, perché vengono accresciuti in laboratorio: la stessa parola dà la definizione. Negli ultimi dieci, quindici anni hanno conquistato quasi il trenta-quaranta per cento della gioielleria.
Tanti produttori e commercianti hanno dovuto fare delle scelte: vendere meno diamanti naturali e proporre più lab grown, oppure proporre entrambi. Dall’altra parte, il cliente percepisce la possibilità di avere le stesse qualità di colore e purezza con costi decisamente inferiori.
Questo ha fatto sì che molte persone, soprattutto negli Stati Uniti, dove è partito tutto, preferiscano comprare spendendo meno e risparmiando sul costo della pietra. Il lab grown si è sviluppato tanto e il diamante naturale ha meno mercato.
I prezzi sono scesi fino a dicembre 2025, quando hanno toccato il minimo. Da gennaio 2026 sono rimasti stabili: ad oggi non sono scesi oltre quel livello».
Vede un possibile precedente nella storia delle altre pietre preziose?
«È successa una cosa molto simile nel mondo delle pietre di colore: zaffiri, rubini e smeraldi. Dagli anni Settanta hanno iniziato a essere trattate. I trattamenti consentivano di comprare una pietra visivamente molto bella, con colori intensi e pura, ma non naturale, perché per avere le stesse caratteristiche una pietra naturale costava molto di più.
Nelle pietre di colore, a differenza del diamante, è più facile fare trattamenti. Questo ha consentito un’apertura del mercato. Dall’altra parte, le pietre naturali sono scese, esattamente come sono scesi i diamanti naturali in questi ultimi dieci anni.
Poi, quando il mercato si è saturato di pietre trattate, le pietre naturali hanno iniziato a salire. Oggi possiamo dire che chi ha comprato una pietra naturale negli anni Settanta probabilmente ha moltiplicato per venti o per trenta il valore. Magari nei diamanti potrebbe succedere qualcosa di simile».
Se dovesse scegliere un solo gioiello per raccontare chi è e dove vuole portare Il Marchese Diamonds, quale sceglierebbe e perché?
«Un gioiello esclusivo, con diamanti customizzati. È una cosa molto difficile da fare, sempre per il concetto che mi piace complicarmi la vita. Secondo me è qualcosa di difficilmente replicabile.
Vorrei utilizzare tutte le tecnologie che utilizziamo per la progettazione dell’oro e applicarle al taglio dei diamanti. Riuscire a creare disegni non sull’oro, ma direttamente sulla pietra.
Questa potrebbe essere una bella idea con cui portare avanti un concetto legato anche alla nostra storicità nel mondo dei diamanti: abbinare la progettazione e la prototipazione alle pietre, nello specifico ai diamanti».
Accanto alla gioielleria, si occupa di oro da investimento. Come si è sviluppato questo percorso e che cosa racconta del progetto Bretton Woods?
«Inizialmente il percorso sull’oro da investimento prevedeva come sede legale dell’azienda l’Inghilterra. Poi c’è stata la Brexit, che ha rallentato la strategia. Abbiamo dovuto ritrasferire la sede in Italia e rifare tutte le licenze: questo ha rallentato il percorso di un paio d’anni. Si è poi aggiunto il Covid e nel 2021-2022 abbiamo rimesso in pista le varie attività.
Ci abbiamo messo un anno a fare il progetto, poi l’abbiamo messo a terra e brevettato nel 2022. Il nostro brevetto si chiama Bretton Woods ed è molto simile a Pax Gold, come struttura e anche come obiettivo futuro. Abbiamo fatto un piccolo progetto che è stato brevettato e che è molto simile a quello che loro hanno quotato sugli exchange.
Ho chiamato la piattaforma Bretton Woods non a caso, perché richiama il vecchio meccanismo di collegamento delle valute alle riserve auree».
Qual è la sua visione del futuro dell’oro?
«L’oro è sicuramente la materia prima più importante al mondo. Probabilmente, nei prossimi anni, tantissime persone che per tanto tempo non si sono accorte della sua esistenza lo terranno in considerazione.
Oggi è forse l’unico bene rifugio o valuta. Tante banche e società di investimento lo utilizzano come asset di salvataggio, per mettere da parte i soldi e tenersi in liquidità. Credo che chi oggi si avvicina all’oro abbia ancora margine di crescita, anche se è salito tantissimo in questi anni.
Ho tanti clienti che volevano vendere a trentacinque, quaranta euro al grammo. Il mio suggerimento è stato di tenere, anche andando oltre la mia attività, perché se una persona viene a fare un’operazione per me è un guadagno. Poi, giustamente, se uno vuole vendere, vende.
In un mondo come quello di oggi, dove abbiamo svalutazioni molto forti delle valute e una guerra su chi svaluta di più per riuscire a gestire il proprio debito, avere un ancoraggio personale al mondo dell’oro ti consente quantomeno di non perdere il costo dell’inflazione».

Tre aggettivi per descriversi?
«Disponibile, sicuramente. Mi piace riuscire ad avere un bel rapporto con le persone. La priorità è capire e avere a che fare con gente con cui si creano sinergie positive. Non mi piace avere sinergie negative. Credo molto anche nella parte un po’ esoterica del rapporto tra le persone. Se ci sono energie positive, è una cosa che apprezzo tanto.
Poi trasparente, per quello che faccio: è la credibilità che ti porta a essere rispettato e ad avere un tuo ruolo nella società.
Infine saggio: riuscire a fare le cose che ritieni di poter fare e di saper fare, senza buttarti a caso in cose che non rientrano nel tuo perimetro».