Fabio Maggesi: «Il Made in Italy vale moltissimo, ma bisogna raccontare il saper fare»

9 Ottobre 2026

Il fondatore e managing partner di MEPLAW racconta la visione alla base di Italian Unseen, in programma a Miami il 5 e 6 febbraio 2027: dare spazio alle eccellenze italiane meno conosciute e costruire occasioni di incontro con il mercato americano.

L’Italia che arriva negli Stati Uniti non coincide sempre con quella che produce. Accanto ai marchi riconosciuti nel mondo, esiste un tessuto di piccole imprese, laboratori e realtà artigiane la cui qualità fatica a trovare visibilità oltre confine. Per Fabio Maggesi, avvocato, fondatore e managing partner dello studio legale internazionale MEPLAW, è in questa distanza che si apre uno spazio di lavoro: aiutare le imprese a comprendere il mercato americano e far conoscere ciò che rende unico il loro prodotto.

A cambiare il suo sguardo sulla professione è stato un viaggio negli Stati Uniti nel 2022, durante il quale ha incontrato circa 150 imprenditori italiani e di origine italiana. Da quegli incontri è emersa, racconta, la necessità di restituire un’immagine dell’Italia più vicina alla sua realtà produttiva, oltre i nomi celebri e gli stereotipi. Una convinzione che oggi si traduce in Italian Unseen, appuntamento previsto a Miami il 5 e 6 febbraio 2027, dedicato alle espressioni meno conosciute dell’eccellenza italiana.

Con Luxury People, Maggesi riflette sul valore del Made in Italy nel lusso, sugli errori da evitare prima di affrontare il mercato americano e sul significato di «Made Together»: un progetto che punta a mettere in relazione imprese, competenze e storie, conservando l’identità di ciascuna.

Avvocato Maggesi, dalla tutela delle imprese alla promozione dell’eccellenza italiana negli Stati Uniti: quale esperienza le ha fatto capire che, oltre a proteggere un’azienda, voleva contribuire a farla crescere?

“Nel 2022 ho organizzato un viaggio di lavoro diverso da quelli dei quindici anni precedenti. Sono tornato per l’ennesima volta in America, ma questa volta senza passare per l’ufficio e senza contattare clienti, amici o altri miei contatti. Ho utilizzato LinkedIn e ho iniziato a scrivere a centinaia di imprenditori italiani o di origine italiana negli States.

Molto più rapidamente di quanto avvenisse in Italia, in 34 giorni di permanenza ho fissato circa 150 appuntamenti con perfetti sconosciuti, molti dei quali oggi sono amici, clienti o partner. Da ognuno di quegli incontri emergeva la medesima storia: c’è bisogno di una «nuova percezione dell’Italia» al di fuori dell’Italia. A tutti loro mancava il Bel Paese, ma anch’essi lo raccontavano attraverso l’immaginazione, una percezione astratta o il ricordo.

Si sentivano italiani, ma non comprendevano più le difficoltà, la tassazione, la burocrazia e l’impegno dieci volte maggiore rispetto a una realtà americana necessario per emergere. Guardavano soltanto il prodotto finito che arrivava negli USA e che li rendeva orgogliosi di quel Paese lontano, che aveva dato i natali a loro o ai loro antenati.

Nemmeno loro, italiani in terra straniera, ricordavano più che, quasi sempre, quello che vedevano sul territorio americano fosse in realtà il prodotto dell’azienda «che ce l’aveva fatta con enormi sacrifici» o della grande azienda «con budget illimitati o dal nome noto», che poteva permettersi di esportare.

Allora ricordavo loro che l’Italia è sorretta dalla microimpresa, che è ancora il vero centro culturale e artigiano del Paese, e che queste aziende meritano un’occasione.

Se anche gli expat, molto spesso, si allontanano dalla realtà, che cosa può avvenire nella mente di chi vive sul posto? Pura fantasia e stereotipo.

A quel punto volevo fare la mia parte, e potevo farlo con la mia struttura, le mie risorse e la mia esperienza professionale. Fu quel viaggio a cambiare il mio approccio alla professione di avvocato e di imprenditore“.

Avv. Fabio Maggesi

Qual è la verità più scomoda che un imprenditore italiano dovrebbe sentirsi dire prima di provare a conquistare il mercato americano?

“Che l’investimento non arriva al momento dell’esportazione del prodotto o del servizio, ma nei mesi che la precedono. Servono un’analisi del territorio e della normativa, un’analisi progettuale, un business plan e molto altro, prima di decidere se andare all’estero. Se non si pianifica bene, quello che l’imprenditore sta comprando è un rischio, non un’opportunità“.

Nel lusso, quanto vale oggi essere italiani? Il Made in Italy riesce ancora a giustificare un prezzo più alto oppure il cliente americano pretende prove che vanno oltre l’etichetta?

“Nel lusso, il Made in Italy vale moltissimo, ma oggi l’America ha necessità di comprendere la differenza tra «brand italiano» e «prodotto e lavorato in Italia». È questa distinzione a giustificare un prezzo più alto agli occhi di una clientela qualificata.

La riconoscibilità del prodotto rimane anche nel primo caso, ma nel secondo si compra «il saper fare dell’Italia», non soltanto la qualifica. Questa distinzione permette al cliente americano di indossare, mangiare, bere o vivere un’esperienza e di immaginare come si sia arrivati al risultato che sente sulla propria pelle.

Questo ci permette di trasferire la «straordinarietà» della cultura italiana e trasformarla nel vero lusso. La parola «lusso» significa proprio questo: far proprio un oggetto o una comodità sproporzionata e non ordinaria, pensata per soddisfare agio e vanità. Dunque, fregiarsi di un bene non soltanto qualificato come bello, ma tangibilmente fuori dall’ordinario per storia e vissuto“.

Per Italian Unseen avete scelto Miami, con un appuntamento previsto il 5 e 6 febbraio 2027. Quali opportunità offre questa città a un marchio italiano emergente rispetto a una piazza come New York?

“Italian Unseen sarà un evento italiano senza eguali e risponde alle necessità che ho appena illustrato. Miami è ormai un epicentro di ricchezza e una città di residenza per miliardari americani, tanto che il costo della vita in Florida ha ormai superato quello di New York del 5% nell’ultimo anno.

Inoltre, la migrazione delle grandi fortune dalla California e dalla costa occidentale verso la Gold Coast è un fenomeno ormai consolidato. Miami, Fort Lauderdale, Tampa e Palm Beach sono diventate la nuova meta, e le imprese italiane devono iniziare da qui la propria scalata in America. Il territorio richiede bellezza e lusso, e un evento come questo ne porterà in una misura che l’Italia non è riuscita a esprimere negli ultimi anni“.

Il progetto propone un passaggio dal «Made in Italy» al «Made Together». Che cosa significa concretamente: quali aspetti può adattare un’impresa al mercato americano e quali deve difendere per conservare la propria identità?

“Italian Unseen è un incubatore di eccellenze ancora non note negli States e si costruisce insieme: è la parola «Together» a fare la differenza. Non si è eccellenza grazie al mero utilizzo del brand Made in Italy. L’eccellenza si dimostra sul campo, e Italian Unseen ne mostrerà tutte le sfaccettature in due giorni di sfilate, eventi, esposizioni, spettacoli dal vivo presentati da personaggi dello spettacolo provenienti dall’Italia, presentazioni, musica, un gala, due aste, momenti benefici e arti visive.

Si passerà attraverso l’esperienza per raccontare i colori di quell’Italia meno conosciuta che le imprese, insieme, potranno mostrare.

Disegneremo un prato e l’attenzione degli ospiti non sarà rivolta soltanto al singolo fiore, ma all’intero giardino e a tutti i colori che lo rappresentano. Questo è Italian Unseen e questo è il nostro «Made Together»“.

Dupont Building

Italian Unseen promette occasioni di incontro con buyer, stampa e istituzioni. Quale percorso accompagnerà le aziende partecipanti per trasformare questi contatti in opportunità concrete di crescita sul mercato americano?

“L’evento si svolgerà in una location importantissima: 2.000 metri quadrati nel pieno centro di Downtown Miami. Oltre alle istituzioni italiane, Italian Unseen è patrocinato dalla Contea, dalla Città di Miami e dallo Stato della Florida, oltre che dalle principali associazioni italoamericane in Florida e dalla Fondazione ITALIC-US. Ci sarà la collaborazione direzionale dell’Istituto Marangoni di Miami e l’evento sarà promosso sul territorio presso un pubblico americano di alto valore, garantendo incontri in target per permettere all’imprenditore di pianificare la propria presenza.

La stampa locale sarà fondamentale per raccontare il Made Together, mentre la stampa nazionale farà da traino per lo storytelling che l’azienda dovrà portare in America. Ogni dettaglio è stato pianificato per rendere l’esperienza qualificata sotto i diversi profili“.

Se tra dieci anni un piccolo marchio italiano diventasse un caso internazionale grazie anche a questo progetto, che cosa vorrebbe avesse conservato delle proprie origini e che cosa spererebbe avesse imparato a cambiare?

“Stiamo ricevendo moltissime richieste e l’interesse da parte di tanti imprenditori ci rende orgogliosi, perché significa che abbiamo trasmesso l’esigenza su cui si fonda il progetto.

Sono sicuro che alcune delle aziende partecipanti potranno vantare, tra dieci anni, la loro presenza a Italian Unseen. Mi piacerebbe che mantenessero lo spirito di conservazione e che non piegassero la propria unicità e il proprio valore a logiche di adattamento che vanificherebbero, nuovamente, il percorso di sensibilizzazione che Italian Unseen si prefigge di rappresentare“.

Dupont Building

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