Non è mai troppo tardi per abbracciare a pieno la serenità e rendersi conto che la felicità risiede in attimi intensi vissuti con leggerezza in cui si è presenti a sé stessi e non in continua lotta con il tempo.
Immersi nel caos e nella frenesia quotidiana, rallentare è diventato un lusso eppure concedersi più tempo per sé stessi, per godersi un tramonto e interagire con gli altri in maniera autentica è in grado di arricchirci tanto umanamente parlando. Ce lo testimonia Alessandro Brunello, noto per essere uno dei pionieri del crowfounding in Italia, autore di Zelig, produttore esecutivo di Mediaset, sceneggiatore e scrittore che da quando ha scelto di trasferirsi da Milano a Taranto ha rivoluzionato completamente la sua esistenza.
La sue esperienza di southshifting è diventata fonte di ispirazione per il libro “Cambio vita, vado al sud” (Salani), in cui racconta con autenticità e semplicità questo fenomeno sempre più in crescita e di un modello mediterraneo di felicità che vale la pena conoscere e sperimentare e che ci conferma quanto i luoghi che abitiamo e le relazioni umane che si scelgono in piena libertà contribuiscono a renderci la vita più bella e degna di essere vissuta.
Alessandro, come e quando ha capito che c’era bisogno di cambiare qualcosa nella sua esistenza?
“Non c’è stato un momento drammatico, niente crollo o illuminazione sulla via di Damasco. A Milano avevo tutto quello che si considera successo: lavoro con multinazionali e startup, riunioni, viaggi, aperitivi di lavoro, feste che finivano tardi. La mia natura era quella dei parchi della città e mi sembrava normale. Poi un giorno ho sentito una specie di click in testa. Mi sono accorto che correvo a cento all’ora senza sapere bene verso dove. L’idea che lo stile di vita sia una scelta personale, quasi banale, mi era passata per la testa mille volte e io me ne ero sempre riparato, per prudenza. Quella volta invece ho aperto le braccia e mi sono lasciato portare via“.

Come e in che misura il Sud può diventare una scelta di vita e non un ripiego?
“Diventa una scelta quando ci vai per quello che il Sud ha, non per scappare da quello che ti manca altrove. Il Nord apre le porte ai sogni, non lo rinnego. Ma a Sud ho trovato un’altra idea di benessere, fatta di relazioni, di tempo condiviso e di attenzione alle piccole cose. Una decadente felicità che non credevo potesse essere così apprezzabile. Oggi poi si lavora da qualunque posto con una connessione, e questo cambia tutto. Chi arriva con un progetto, con curiosità e con un po’ di umiltà non ripiega su niente. Semmai fa un passo avanti“.
Terroni: si nasce o si diventa?
“Io sono la prova che si diventa! Sono nato nel West Side di Milano, con tutti i geni del milanese perfetto. In realtà credo che un terrone si nasconda dentro ciascuno di noi. È quella parte che ha voglia di fermarsi a tavola mezz’ora in più, di salutare il vicino, di godersi un tramonto senza guardare l’orologio. Non si tratta di cambiare accento, ma di dare spazio a quella parte che la città ci ha insegnato a zittire in nome della produttività“.
La città di Milano è nota per il suo caos e la vita frenetica. Come è cambiata la sua percezione del tempo vivendo in Puglia?
“A Milano il tempo era una risorsa da ottimizzare, ogni mezz’ora doveva servire a qualcosa. Qui ho scoperto che il tempo si può anche abitare. Un pranzo può durare mezza giornata e nessuno si sente in colpa, anzi, si è celebrata la vita, l’amicizia, la famiglia. E poi c’è una cosa che mi fa sorridere: conosci quella malinconia di fine agosto, quando finiscono le vacanze e si torna alla vita vera? Io non la provo più, perché la vita vera adesso è questa. Lavoro ma non ho più la sensazione di rincorrere le giornate“.
Oltre a essere noto come uno dei pionieri del crowdfunding in Italia, lei è sempre stato un creativo. Come ha influito questa sua scelta di vita sulla sua creatività? Il Sud può essere davvero una meta ideale per artisti e creativi?
“La creatività ha bisogno di spazio e di silenzio, e a Milano ne avevo poco. Qui la testa si libera. Ho ricominciato a scrivere con continuità, ed è qui che ho trovato il tempo di affrontare un romanzo. Il Sud è pieno di stimoli: luce, paesaggi, storie, personaggi che sembrano usciti da un film. Per un artista di qualsiasi campo questa è una libertà enorme. Certo, bisogna saper creare occasioni e reti, perché le opportunità non arrivano da sole. Ma questo vale ovunque“.
Il romanzo “Cambio vita, vado al Sud” è giunto dopo tanti anni di scrittura di altro tipo. Come è arrivato alla narrativa?
“Al romanzo sono arrivato tardi, a 46 anni. Prima avevo scritto molto, ma soprattutto manuali e libri tecnici, sul crowdfunding, sull’economia, sulle nuove tecnologie. Ho curato edizioni italiane di libri americani di finanza e ho curato anche cataloghi e mostre d’arte, dalla Biennale di Venezia alla Permanente di Milano.
È stata una lunga palestra: mi ha insegnato la disciplina, il rispetto per il lettore e il bisogno estremo di farsi capire, quindi di essere preciso, di lavorare nella mappa mentale del lettore, nel mio caso dello studente universitario che doveva leggere il libro, capire e possibilmente passare l’esame. Poi a un certo punto ho sentito che avevo anche storie da raccontare, e non solo cose da studiare e poi spiegare. Ed eccoci qui“.

Cosa significa per lei scrivere?
“Ti confesso che per me conta di più quello che uno legge di quello che scrive. Leggere ti forma, scrivere viene dopo. Detto questo, scrivere per me è un’esigenza. A volte mi serve per mettere ordine, altre volte è il modo più intimo che conosco per parlare con qualcuno, anche con qualcuno che non esiste o con qualcuno che non è mai esistito, ma che è solo immaginato.
Ho la fortuna di avere un rapporto speciale con i lettori: molti mi scrivono, e con alcuni è nata una corrispondenza fitta. Con l’ultimo libro è successa una cosa che mi diverte moltissimo: diverse persone si sono trasferite al Sud, anche grazie alla spintarella di quelle pagine. Un paio sono finite proprio a Taranto, e uno di loro è un libraio che si è fatto trasferire appositamente, si chiama Guido.
E poi il romanzo ti rende davvero libero. Ho scritto tre sceneggiature, e ogni volta ho dovuto fare i conti con dei limiti: di budget, di spazio, di tempo. Anche con tutti gli effetti speciali un film ha dei confini, se non altro di durata. In un romanzo posso restare cinque pagine a descrivere un luogo o uno stato d’animo, oppure fare un salto che al cinema non reggerebbe mai“.
C’è qualcosa che le manca della tua vita a Milano?
“Gli amici di sempre, prima di tutto, anche se tanti di loro adesso vengono a trovarmi. Mi manca qualche volta la vastità della metropoli, la metropoli promessa, ma è una fantasia che vive dentro di me e non corrisponde alla fruibilità vera di Milano, che è sempre più ostica e respingente. Sono comunque nostalgie leggere. Milano la frequento due o tre volte all’anno e la vivo con piacere proprio perché non ci abito più“.
In questi anni ha mai avuto un ripensamento?
“No mai. Dei momenti di fatica sì, più che altro nella constatazione che il Sud spreca tantissimo di sé, si valorizza poco e non si riconosce come luogo dell’animo se non folcloristicamente. Ma vedo che sta cambiando anche questo, come a Taranto dove un pugno di genitori e di cittadini liberi e pensanti è riuscito a sconfiggere l’Ilva con tutto il suo carico di mala politica e inquinamento. Ogni volta che torno a Milano per qualche giorno e poi rientro in Puglia, sento che la scelta era giusta“.
“Nessuno è profeta in patria”: in base alla sua esperienza, c’è un fondo di verità in questa affermazione radicata nel tempo?
“Francamente non vorrei essere profeta né in patria né fuori. Ma a parte gli scherzi, qualcosa di vero c’è. Spesso chi è nato in un posto non vede più la bellezza che ha sotto gli occhi, e ha bisogno che arrivi qualcuno da fuori a ricordargliela. Forse servo a questo. Sono stato accolto al Sud con una generosità che non mi aspettavo, va bene ricambiare“.
Nel suo romanzo parla di un “modello mediterraneo di felicità”: in cosa consiste?
“È un’idea di benessere che al Sud è quasi una scienza, e come ogni scienza si può studiare, imparare e condividere. Al centro ci sono le relazioni: l’amore per i contatti sociali, il ruolo della famiglia, la tavola come luogo in cui si sta insieme e non solo si mangia. Poi c’è l’attenzione alle piccole cose, un caffè preso con calma, una chiacchierata in piazza, il mare anche in inverno. Io lo chiamo southshifting. Non esistono regole per la felicità, ma esistono posti in cui essere felici non è poi così impossibile“.
In “Cambio vita, vado al Sud”, ha raccolto le testimonianze di persone celebri che, come lei, hanno scelto il downshifting come stile di vita. Ce n’è una che l’ha colpito particolarmente e che vorrebbe condividere con i nostri lettori?
“Quella di Rosario Pellecchia, proprio perché ha fatto il viaggio al contrario: dal Sud è salito al Nord. Mi piaceva l’idea di mettere nel libro anche questo punto di vista. Parlando con lui ho capito che chi parte dal Sud, il Sud se lo porta dentro e ci contamina il mondo. Vale anche al contrario: il Nord ti insegna organizzazione e ambizione, e sono cose utili ovunque tu decida di vivere. Alla fine io e Rosario siamo arrivati alla stessa conclusione da due direzioni opposte. Quello che conta sono le relazioni, quindi puoi scegliere il posto in cui stai bene, e non quello in cui pensi di dover stare per nascita. E lasciatemi aggiungere una cosa: se vi capita di vedere un suo libro in libreria, leggetelo. Rosario scrive con il cuore, ed è un bel cuore“.
Un messaggio che lascerebbe all’Alessandro che viveva e lavorava a Milano…
“Non direi niente, gli lascerei scoprire tutto come l’ho scoperto io perché è stato bello così“.
Sappiamo che sta preparando un nuovo romanzo. Vuole anticiparci qualcosa?
“Posso dirvi poco, per scaramanzia! È una storia a cui tengo moltissimo e che ho quasi finito di scrivere. È ambientata a Milano, la mia città, e ha molto a che fare con i nostri giorni e con gli adolescenti, anche se racconta un altro periodo. È un’epoca che qualcuno sentirà vicinissima e qualcun altro lontana anni luce. Diciamo che per scriverla sono dovuto tornare a casa e al passato, almeno con la testa“.