Marouan El Mansoub

“A Fez nacque la prima università del mondo”: intervista a Marouan El Mansoub, Presidente dell’Organismo del Commercio e dell’industria del Marocco in Italia

18 Maggio 2026

C’è un Marocco che continua a essere raccontato attraverso stereotipi turistici o semplificazioni occidentali. E poi c’è un Paese che, nel silenzio di molte narrazioni europee, sta costruendo infrastrutture strategiche, attirando investimenti internazionali, ridefinendo il proprio ruolo geopolitico tra Europa e Africa e investendo in cultura, innovazione e industria con una visione sempre più strutturata.

In questa conversazione con Marouan El Mansoub, Presidente dell’Organismo del Commercio e dell’Industria del Marocco in Italia, emerge il ritratto di un Marocco molto diverso da quello che spesso immaginiamo: un hub economico e logistico in forte espansione, ma anche una civiltà millenaria che custodisce storie capaci di cambiare radicalmente la prospettiva con cui guardiamo il Mediterraneo. Come quella di Fez, dove nell’859 d.C. una donna, Fatima al-Fihri, fondò quella che viene considerata l’università più antica del mondo.

Tra diplomazia economica, sostenibilità, lusso esperienziale e relazioni culturali, El Mansoub racconta un Paese che non vuole più essere percepito come “emergente”, ma come interlocutore strategico già pienamente inserito negli equilibri globali.

Quali sono, oggi, i settori in cui il Marocco è realmente competitivo per un’impresa italiana che vuole internazionalizzarsi?

“Guardi, la domanda è giusta, ma la risposta è più ricca di quanto molti si aspettino. Il Marocco non è più soltanto il Paese del fosfato e del turismo. Oggi parliamo di un ecosistema industriale maturo. L’automotive è forse l’esempio più eloquente: il Marocco è il primo esportatore di veicoli in Africa, con Tanger Med che movimenta oltre 9 milioni di container all’anno e gruppi come Renault e Stellantis che producono localmente. L’aeronautica conta oltre 140 aziende internazionali insediate, con un fatturato del settore che supera 1,9 miliardi di dollari. Le energie rinnovabili — eolico, solare, idrogeno verde — sono un cantiere aperto enorme: il Marocco punta al 52% di energia da fonti rinnovabili entro il 2030 e ci sta arrivando sul serio. Per un’impresa italiana, i settori più promettenti oggi sono la tecnologia 4.0 nel settore agricolo e sanitario, le tecnologie idriche, l’edilizia sostenibile, l’energia rinnovabile, la moda-tessile, e tutta la filiera dell’economia circolare. Sono settori dove l’eccellenza italiana trova una domanda reale e una controparte marocchina già strutturata”.

Si parla molto di attrattività: ma quanto il sistema marocchino è pronto, in termini di burocrazia, infrastrutture e stabilità, ad accogliere davvero investimenti strutturati?

“Essere onesti su questo punto è un atto di rispetto verso gli imprenditori. Il Marocco non è perfetto, nessun Paese lo è. Ma i progressi sono misurabili e verificabili. Sulla burocrazia, la Charte de l’Investissement del 2022 ha semplificato in modo strutturale i processi di insediamento, con premi fino al 30% per investimenti in zone meno sviluppate. Il Centro Regionale di Investimento — il CRI — funziona come sportello unico e i tempi di costituzione societaria sono scesi sotto i 15 giorni. Sul fronte infrastrutturale, siamo davanti a investimenti pubblici da capogiro: 6 miliardi di dollari per il porto di Dakhla Atlantique, l’alta velocità ferroviaria già attiva tra Casablanca e Tangeri, aeroporti potenziati. E poi c’è la stabilità politica e istituzionale, che in un contesto geopolitico mediterraneo sempre più instabile vale oro. Il Marocco è una monarchia costituzionale con una roadmap chiara, un Re che governa con visione di lungo periodo, e un quadro macroeconomico solido con un PIL cresciuto del 3,2% nel 2024 fino al +5.9% di PIL per il 2025 diventando il player numero uno per crescita nel Nord Africa per crescita di GDP. Non è un paese “facile” in senso assoluto, ma è un Paese serio”.

L’Italia ha storicamente un rapporto forte con il Mediterraneo, ma spesso poco strutturato. Stiamo perdendo un’occasione con il Marocco rispetto ad altri Paesi europei?

“Sì. E lo dico con dispiacere, ma anche con determinazione perché è il motivo per cui esiste questo organismo. La Francia ha un vantaggio storico enorme, linguistico, coloniale, istituzionale, ma la Spagna ha recuperato terreno in modo aggressivo nell’ultimo decennio, soprattutto nel settore energetico e nelle infrastrutture. La Germania è presente con una diplomazia economica strutturata. L’Italia? Ha relazioni umane straordinarie con il Marocco, ha una cultura imprenditoriale che si sposa perfettamente con lo spirito commerciale marocchino, ha prodotti e know-how che il mercato marocchino domanda. Ma manca sistema. Certamente ci sono alcuni nodi da sciogliere a livello diplomatico ma sono certo che le istituzioni italiane faranno le giuste scelte in un futuro molto vicino. L’interscambio commerciale Italia-Marocco è di circa 5 miliardi di euro nel 2025, ma potrebbe essere doppio con la giusta infrastruttura di supporto. Ecco perché il lavoro del nostro Organismo Marocco-Italia non è solo di rappresentanza: è di costruzione concreta di ponti operativi”.

In questo scenario, quanto conta il fattore culturale rispetto a quello puramente economico nelle relazioni tra Italia e Marocco?

“Conta moltissimo, e spesso viene sottovalutato dagli economisti. Il Marocco e l’Italia condividono qualcosa di profondo: il culto della famiglia, il senso dell’ospitalità come valore non performativo, la centralità del cibo come linguaggio sociale, l’artigianato come identità. Quando un imprenditore italiano siede a un tavolo con una controparte marocchina e si scopre questa prossimità culturale, la trattativa cambia registro. Non è più solo un negoziato commerciale, diventa una relazione. E nel business, quello vero, quello che dura, la relazione è tutto. Io dico sempre: l’accordo economico lo firma un avvocato, la fiducia la costruisce un uomo. E tra Italia e Marocco questa fiducia ha radici profonde, dobbiamo solo saperle coltivare”.

Crescita economica e sviluppo turistico spesso corrono veloci. Ma quanto è sostenibile questo modello nel lungo periodo?

“È la domanda che ogni Paese in crescita deve porsi, e il Marocco ha il merito di porsela apertamente. Il piano Forêts du Maroc punta a piantare 600.000 ettari di foreste entro il 2030. La strategia “Génération Green” per l’agricoltura sostiene modelli agroecologici. I grandi progetti turistici, come quelli legati ai Mondiali di calcio 2030, che il Marocco co-ospiterà con Spagna e Portogallo, includono standard di costruzione sostenibile. Detto questo, la pressione sulle risorse idriche è reale e il cambiamento climatico colpisce il Paese in modo tangibile. Non si può fingere il contrario. Ma la differenza tra un Paese responsabile e uno opportunista sta nel fatto che il Marocco ha inserito la sostenibilità come asse strategico nazionale, non come etichetta. I numeri degli investimenti in rinnovabili parlano da soli: oltre 3 miliardi di dollari annui. È una scelta strutturale, non una campagna di comunicazione”.

C’è qualcosa del Marocco che l’ha cambiata, anche a livello personale, nel modo di vedere il mondo o il lavoro?

“Sì, e rispondo senza esitazione. Il Marocco mi ha insegnato il valore del tempo lento nelle relazioni. In Italia, come in tutta Europa, siamo abituati a misurare l’efficienza in ore, a ottimizzare ogni minuto. Il Marocco mi ha mostrato che la fiducia si costruisce nel tempo, che una cena può valere quanto un contratto, che l’attenzione all’altro non è perdita di tempo ma investimento di qualità superiore. Professionalmente, mi ha reso un mediatore più attento, capace di leggere i sottotesti di una conversazione che va oltre le parole. E poi c’è la luce. Chi è stato in Marocco sa di cosa parlo. Una certa qualità della luce al tramonto sulle medine che ti ricorda che il mondo è più grande di qualunque agenda tu abbia in mente”.

Marouan El Mansoub

Il lusso oggi è sempre meno ostentazione e sempre più esperienza. Il Marocco sta diventando una destinazione “consapevole” oltre che esclusiva?

“Assolutamente sì, ed è una delle trasformazioni più interessanti degli ultimi anni. Il Marocco ha sempre avuto una vocazione all’eccellenza estetica — l’architettura delle medine, l’artigianato, la cucina — ma oggi questa vocazione si incontra con una domanda internazionale sempre più orientata all’autenticità. Il turista “consapevole” non vuole il resort anonimo, vuole dormire in un riad restaurato, vuole imparare a fare il tajine con una famiglia locale, vuole capire la ceramica di Fez come forma d’arte viva. Il Marocco risponde a questa domanda in modo naturale, perché la sua cultura non è una ricostruzione per turisti: è quotidiana, palpabile, autentica. E il segmento luxury si sta adeguando in modo raffinato, con strutture come il Royal Mansour, il Amanjena, o i piccoli maison de maître nella campagna dell’Atlas che fanno del silenzio e dell’autenticità il loro prodotto principale. È un lusso che non grida: sussurra. Ed è molto più potente”.

Fez ospita quella che viene considerata l’università più antica del mondo, fondata da una donna nell’800 d.C., è un dettaglio che cambia completamente la narrazione. Perché questa storia è così poco raccontata?

“Perché la narrazione dominante sull’Africa e sul mondo arabo è stata scritta da altri, per decenni. Fatima al-Fihri fondò l’Università di al-Qarawiyyīn a Fez nell’859 d.C. — prima di Bologna, prima di Oxford, prima di qualunque istituzione accademica europea. E lo fece come donna, come giovane ereditiera che scelse di investire il suo patrimonio nel sapere collettivo della sua comunità. È una storia rivoluzionaria su molteplici livelli: di genere, di civiltà, di cronologia storica. Credo che il business non si separi mai dalla cultura: quando un imprenditore italiano scopre questa storia, il Marocco smette di essere “il paese vicino” e diventa una civiltà con cui dialogare da pari. È un cambio di prospettiva che vale quanto qualunque accordo commerciale”.

Guardando ai prossimi 5–10 anni: dove sarà il Marocco nella mappa economica globale?

“Il Marocco sarà il principale hub logistico e industriale tra Europa e Africa subsahariana. Non lo dico per retorica: lo dicono i fatti. Il porto di Tanger Med è già il primo porto africano e il 17° mondiale. Con i Mondiali 2030 si completerà un’infrastruttura di trasporto e accoglienza di livello internazionale. L’accordo di libero scambio con gli USA grazie a un rapporto storico come primo paese al mondo a riconoscere gli Stati Uniti nel 1777, quello con l’UE, la posizione geografica unica, 14 km dall’Europa e porta sull’Africa, fanno del Marocco il luogo inevitabile di transito, produzione e scambio. Aggiunga l’idrogeno verde, dove il Marocco ha potenzialità che i grandi fondi sovrani europei stanno già finanziando, e il quadro è chiaro. Nei prossimi 10 anni il PIL marocchino potrebbe arrivare a numeri che scioccheranno il globo. Non saremo ricchi come il Golfo, ma saremo solidi, strategici, e non più periferici. Saremo il nodo che non si può ignorare”.

Se dovesse convincere oggi un imprenditore italiano a guardare al Marocco, quale sarebbe l’argomento più forte?

“Gli direi una cosa sola: il mercato marocchino è la porta d’ingresso a 1,4 miliardi di consumatori africani, con la stabilità di un Paese europeo. Nessun altro Paese nel continente africano offre questa combinazione. Poi aggiungerei i numeri concreti: costo del lavoro competitivo, accordi di libero scambio con oltre 55 Paesi, incentivi fiscali reali per gli investitori esteri, una classe media in crescita con capacità di spesa in aumento. Ma soprattutto gli direi: vieni. Vieni a vedere. Perché il Marocco non si spiega, si vive. E chi ci va torna con occhi diversi”.

C’è un pregiudizio sul Marocco che le piacerebbe vedere scomparire una volta per tutte?

“Che sia un Paese “quasi sviluppato”, un Paese in attesa di diventare qualcosa. Il Marocco è già qualcosa. È la quinta economia africana, è un attore diplomatico di primo piano nel Mediterraneo e in Africa, è un Paese con una tradizione culturale millenaria e un sistema di istruzione universitaria in rapida espansione — 117 università pubbliche e private. Il Marocco non ha bisogno di approvazione: ha bisogno di partner che sappiano riconoscere un’opportunità reale quando la guardano in faccia”.

Quanto il Marocco sta investendo in cultura come leva strategica?

“Enormemente, e con una consapevolezza crescente. Il budget del Ministero della Cultura è in aumento costante, con investimenti nei festival internazionali — Fez, Marrakech, Essaouira — che sono diventati veri strumenti di diplomazia culturale. Il cinema marocchino è in esplosione: produzioni come “Le bleu du caftan” hanno raggiunto i circuiti internazionali più prestigiosi. La moda, con stilisti come Amine Bendriouich, porta un’estetica marocchina contemporanea sui palcoscenici globali. La cultura non è folklore da conservare in una teca: è un asset strategico che costruisce l’immagine del Paese, attira turismo di qualità, crea economia creativa. Il Re Mohammed VI l’ha capito da tempo. E lo sta finanziando con intelligenza”.

La cultura marocchina oggi è più conservazione o evoluzione?

“È entrambe le cose, e questa tensione creativa è la sua forza. Le medine sono patrimonio UNESCO e si restaurano con fondi pubblici. Ma dentro quelle stesse medine trovi giovani designer che reinterpretano il jelaba con tessuti tecnici, artisti urbani che dialogano con la geometria zellige sulle pareti, chef che costruiscono una cucina marocchina contemporanea che non rinnega le radici ma le porta nel futuro. Il Marocco non sceglie tra passato e futuro perché sa che non si tratta di una scelta: l’identità autentica è sempre in movimento. È come un albero di argan: radici profonde, resistenti alla siccità, ma rami che cercano sempre nuova luce solare”.

Se dovesse raccontare il Marocco non da professionista, ma da uomo, da dove partirebbe?

“Dal profumo. Dal profumo delle spezie nel souk di Marrakech al mattino presto, prima che arrivi la folla. Da quel momento in cui il sole batte sulle mura ocra e l’aria sa di cumino, di rosa, di menta fresca. Da lì partirei. Poi parlerei dei volti — la dignità nei volti della gente semplice, la generosità di chi non ha molto ma ti offre il te. Il Marocco ti insegna che l’accoglienza non si improvvisa: nasce da una cultura che considera l’ospite un dono, non un fastidio. È un Paese che ti cambia il passo. E io, dopo anni trascorsi a costruire ponti tra Marocco e diversi paesi, sono grato ogni giorno per questo”.

Si sente più un costruttore di relazioni o un interprete di mondi diversi?

“Sono convinto che le due cose non si separino. Non si può costruire una relazione senza prima interpretare i mondi di chi hai di fronte. E non si può essere un buon interprete senza avere il coraggio di costruire qualcosa di concreto con ciò che hai capito. Io mi sento un traduttore — non di lingue, ma di valori, di aspettative, di modelli di pensiero. Quando un imprenditore italiano e una controparte marocchina si siedono allo stesso tavolo, portano due sistemi di riferimento diversi. Il mio compito è far sì che si capiscano non solo nelle parole, ma nelle intenzioni. Ed è il lavoro più bello che conosca. Perché ogni volta che ci riesci, hai costruito qualcosa che prima non esisteva”.

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