Esoterismo oggi: tra bisogno di rassicurazione e ricerca di senso, il punto di Stefano Migliore

21 Aprile 2026

Negli ultimi anni, figure come Stefano Migliore si muovono in uno spazio sempre più visibile: quello in cui spiritualità, bisogno emotivo e mercato si intrecciano fino a diventare quasi indistinguibili. Non è più un fenomeno marginale. Secondo diverse indagini, tra cui ricerche condotte da istituti come Eurispes, oltre un terzo degli italiani ha dichiarato almeno una volta di aver fatto ricorso a pratiche esoteriche, dalla cartomanzia all’astrologia.

Non è solo una questione di credenze. È un indicatore sociale. In un’epoca che promette controllo assoluto con algoritmi, dati, previsioni, cresce in parallelo una domanda che sfugge a ogni metrica: quella di senso, di orientamento, di ascolto. È dentro questa tensione che si colloca il lavoro di Migliore, conosciuto come sensitivo Amon, che da anni osserva da una posizione privilegiata non tanto “il mistero”, quanto le fragilità molto concrete di chi a quel mistero si affida.

Quella che segue è un’intervista che non prova a legittimare o smontare il fenomeno, ma a entrarci dentro: nei suoi rischi, nelle sue ambiguità e in ciò che, forse, racconta di noi più di quanto siamo disposti ad ammettere.

Negli ultimi anni l’esoterismo è diventato un vero e proprio comparto economico. Secondo lei cosa sta realmente crescendo: la domanda di spiritualità o quella di controllo?

In realtà stiamo assistendo a una richiesta massiccia di rassicurazione, spesso scambiata per spiritualità. Viviamo in un’epoca che ha ridotto al minimo l’accettazione dell’incertezza: vogliamo sapere tutto, prevedere tutto, controllare tutto.

Molte persone non cercano un cartomante o un ritualista, cercano qualcuno che le ascolti e le guidi. Ed è proprio qui che si apre un rischio, perché la divinazione può trasformarsi in dipendenza. È qualcosa contro cui mi sono sempre opposto: la vita va vissuta, anche quando è difficile, perché resta un dono.

Eppure, sotto questo bisogno di controllo, esiste ancora una domanda autentica di spiritualità. Le istituzioni tradizionali hanno smesso di parlare al cuore delle persone, e l’esoterismo è tornato a essere un linguaggio simbolico capace di dare senso al dolore e all’attesa. Il business cavalca il controllo, ma l’anima cerca ancora una bussola“.

Viviamo nell’epoca più tecnologica di sempre, eppure cresce il ricorso all’esoterismo. È una contraddizione o una conseguenza?

Non è una contraddizione, è una reazione. Più il mondo diventa digitale, algoritmico, freddo, più l’essere umano sente il bisogno di qualcosa di caldo, rituale, non spiegabile.

La tecnologia ci ha dato un’illusione di onnipotenza, ma ha tolto spazio al mistero. Quando tutto è immediato, ciò che resta davvero affascinante è ciò che sfugge alla logica.

Il ricorso all’esoterismo oggi è quasi una ribellione inconscia: è il modo con cui l’individuo riafferma di non essere solo una sequenza di dati. L’esoterismo non è una scienza, non si può spiegare: si può solo vivere“.

Dove finisce il supporto emotivo e dove inizia il rischio di dipendenza da queste pratiche?

È il punto più delicato. Il supporto finisce quando il consulente diventa una stampella senza la quale la persona non riesce più a camminare.

Il mio lavoro non deve creare dipendenza, ma libertà. Quando si alimenta l’idea che “senza il rituale non ce la farai”, allora si entra in una zona pericolosa.

Un professionista serio deve anche saper dire: “Fermati, esci, vivi”. Se qualcuno arriva a chiedere ogni giorno indicazioni su qualsiasi scelta, il problema non è suo, è mio.

La ritualistica è un percorso: può funzionare, può richiedere tempo, oppure non portare al risultato sperato. Chi si avvicina deve sapere che non esistono miracoli, e che io non sono Dio“.

Cosa distingue un professionista serio da chi oggi cavalca semplicemente un trend?

La differenza sta prima di tutto nell’etica. Oggi vedo troppi improvvisati, soprattutto sui social, che promettono risultati impossibili e, cosa ancora più grave, sconfinano in ambiti medici. Chi promette di guarire malattie gravi con un rituale compie un atto pericoloso. La medicina non può essere sostituita.

Poi c’è il linguaggio: chi cavalca il trend vende certezze, parla come una televendita. Un professionista serio, invece, lavora nel dubbio, gestisce le aspettative e si assume la responsabilità delle parole.

Il punto centrale è questo: si ha a che fare con la speranza delle persone. E la speranza è il materiale più fragile che esista“.

Ci sono casi in cui rifiuta un consulto? E su quali basi decide di non intervenire?

Sì, ed è una delle parti più difficili del mio lavoro. Rifiutare un consulto pesa, ma è necessario.

Dico di no quando capisco che la persona non sta cercando una guida, ma qualcosa che la renda ancora più dipendente. Rifiuto soprattutto quando percepisco che il problema richiede un intervento medico o psicologico: in quei casi intervenire sarebbe scorretto.

Ci sono anche situazioni di ossessione, in cui la persona vuole solo sentirsi dire ciò che desidera. Oppure casi estremi, come chi arriva a minacciare gesti drastici per amore. In queste situazioni mi fermo.

La mia domanda è sempre una: questo intervento renderà questa persona più libera o più dipendente? Se la risposta è “più dipendente”, allora non intervengo.

È capitato anche di sbagliare, di provare ad aiutare dove già sapevo che non sarebbe stato possibile. Dopo tanti anni di lavoro può succedere. Ma resta una linea chiara: meglio un rifiuto onesto che un’illusione pericolosa“.

Qual è la cosa più sbagliata che vede fare oggi nel mondo dell’esoterismo?

La cosa più sbagliata è quella che definisco una sorta di “pornografia del dolore”. Vedo troppi operatori che utilizzano le fragilità delle persone come contenuto, trasformando la sofferenza in qualcosa da esibire sui social. È una dinamica pericolosa.

A questo si aggiunge la promessa di risultati immediati: rituali che risolvono tutto in pochi giorni, formule magiche per amore o denaro. È una narrazione falsa.

L’esoterismo serio richiede tempo, studio, rispetto. Non è qualcosa che si può vendere come una soluzione rapida.

C’è poi un altro problema: la mancanza di umiltà. Troppi si sentono onnipotenti, incapaci di dire “non lo so” o “non posso aiutarti”.

Io ho sempre visto la ritualistica come un tribunale: noi possiamo essere, al massimo, degli intermediari. Non decidiamo nulla. Chi promette risultati certi, alla fine, fa pagare il prezzo alle persone più fragili.

Il mio impegno è restare lontano da questa deriva, anche se significa esporsi meno. Preferisco lavorare in quella zona meno visibile, dove le cose accadono davvero, senza spettacolarizzazione“.

Quali sono oggi i rituali più richiesti e cosa raccontano delle paure o dei desideri contemporanei?

I rituali più richiesti sono uno specchio molto preciso della società.

Al primo posto restano quelli legati ai sentimenti, ma con una differenza rispetto al passato: oggi non si chiede solo di essere amati, ma di non essere abbandonati. In un’epoca in cui le relazioni possono finire con un messaggio o un blocco, la paura del vuoto è fortissima.

Subito dopo arrivano i rituali di protezione e purificazione. Qui emerge un dato interessante: cresce la paura dell’invidia, del giudizio, di qualcosa di negativo che arriva dall’esterno. È il segnale di una società sempre più esposta e, allo stesso tempo, sempre più diffidente.

Infine ci sono i rituali legati al lavoro e allo “sblocco”. Non li leggo come desiderio di guadagno facile, ma come disorientamento. Molte persone sentono di fare tutto il possibile senza ottenere risultati, e cercano una risposta altrove.

Queste richieste raccontano una cosa molto chiara: siamo una generazione che ha perso certezze e ha sostituito la fede con l’ansia.

Il rituale, oggi, non è solo superstizione. È, in molti casi, un tentativo di rimettere ordine in un mondo che appare sempre più caotico“.

⁠Il rituale funziona perché “accade qualcosa” o perché cambia la percezione di chi lo vive?

Questa è la domanda che distingue chi osserva da fuori da chi, come me, vive questa realtà ogni giorno. La risposta non può essere semplicemente “una cosa o l’altra”. Se devo essere onesto fino in fondo, credo che accadano entrambe, ma che qualcosa, in alcuni casi, accada davvero.

La percezione è senza dubbio la porta d’ingresso: il rituale apre una breccia nella mente, rompe gli schemi del dubbio e permette alla persona di entrare in uno stato diverso, più ricettivo. Non siamo in Harry Potter: non esistono bacchette magiche o pozioni miracolose come le immaginiamo. Ma fermarsi a questo significherebbe ridurre tutto a un fatto psicologico.

Se fosse solo questo, parleremmo di una seduta terapeutica. Il rituale, per come lo vivo io, è altro: è un atto che interviene su un piano più sottile, che mette in movimento qualcosa che non sempre è spiegabile con la logica.

Nel mio percorso ho visto situazioni difficili evolvere in modo inatteso. Persone arrivate con la convinzione di aver perso tutto, che nel tempo hanno ritrovato relazioni, occasioni, possibilità che sembravano chiuse. Ho visto cambiamenti che, per chi li vive, non sono solo interiori, ma concreti.

Allo stesso modo, ho visto persone bloccate sul piano lavorativo ritrovare una direzione, cogliere opportunità, costruire qualcosa che prima appariva lontano. Non lo definirei un miracolo, ma un insieme di fattori, interiori ed esterni, che iniziano a muoversi nella stessa direzione.

Non si tratta solo di “sentirsi meglio”. Si tratta, a volte, di percepire che qualcosa nella propria vita si riallinea. Il rituale, quando funziona, sembra attivare un meccanismo in cui l’intenzione personale trova una corrispondenza nella realtà.

Detto questo, è fondamentale essere chiari: non sempre accade. Ci sono casi in cui, nonostante il percorso, non si ottiene il risultato sperato. È successo anche a me. Ed è proprio questo a ricordarmi che non esiste alcuna onnipotenza, ma un lavoro complesso, fatto di possibilità, limiti e responsabilità“.

Vede una progressiva professionalizzazione del settore o una sua saturazione?

Vedo entrambe le cose, ma si muovono su binari opposti e stanno, di fatto, dividendo il settore.

Da una parte c’è una saturazione evidente. Il web ha abbattuto ogni barriera d’ingresso, permettendo a chiunque di improvvisarsi esperto nel giro di poco tempo. È pieno di figure che replicano modelli, acquistano visibilità artificiale e vendono soluzioni standardizzate come fossero prodotti. Questo non è sviluppo, è una forma di inquinamento del settore.

Questa sovrabbondanza genera un rumore di fondo continuo, che rende difficile distinguere chi lavora con serietà da chi si limita a occupare spazio. Il rischio è che tutto venga percepito come indistinto, quasi come un grande contenitore in cui prevale chi comunica meglio, non chi è più competente.

Allo stesso tempo, però, proprio da questo caos sta emergendo una forma più evoluta di professionalizzazione. Chi opera in modo serio ha compreso che oggi non basta più affidarsi all’intuizione o alla pratica in sé.

Serve una preparazione più ampia: conoscenza delle tradizioni, certo, ma anche una forte consapevolezza psicologica, un’etica chiara e una comunicazione responsabile, che non alimenti dipendenze o illusioni.

I professionisti che riusciranno a consolidarsi saranno quelli che hanno trasformato questa attività in una disciplina strutturata, fatta di studio, esperienza e limiti ben definiti.

È in atto una selezione naturale. La saturazione riguarda soprattutto chi costruisce il proprio lavoro sull’illusione, ed è destinata, nel tempo, a ridimensionarsi. La professionalizzazione, invece, riguarda chi interpreta questo ruolo come una responsabilità e investe in formazione continua e credibilità.

Anche il pubblico sta cambiando: si sta passando da una ricerca di soluzioni immediate a una maggiore attenzione verso chi sa accompagnare, con competenza e misura, in un territorio complesso“.

C’è stato un momento preciso in cui ha capito che il suo percorso non sarebbe stato ordinario, oppure è qualcosa che si è costruito nel tempo, quasi senza accorgersene?

Il mio percorso non è nato da una scelta consapevole né da una folgorazione improvvisa. È stato, piuttosto, qualcosa di inevitabile.

Vengo da una famiglia in cui l’esoterismo non era un mistero da scoprire, ma parte della quotidianità. Sono cresciuto in un contesto in cui simboli, rituali e silenzi erano normali quanto qualsiasi altro aspetto della vita. Per me l’invisibile è sempre stato reale, non qualcosa da dimostrare.

C’è un dettaglio che racconta bene questa dimensione: ho imparato a leggere le persone prima ancora di leggere le parole. Prima dell’alfabeto, decifravo gli sguardi, le tensioni, le emozioni non dette.

Accanto a questa sensibilità, fin da bambino ho avuto una percezione ancora più profonda: quella di vedere le anime di chi non c’è più. È qualcosa che fa parte della mia natura, ma che ho sempre scelto di non esporre né di mettere a disposizione in ambito professionale. Non è un servizio, non è qualcosa che si può vendere. Per me appartiene a una sfera esclusivamente emotiva e spirituale, troppo delicata per essere trasformata in lavoro.

Proprio per questo, la mia vita ha preso questa direzione quasi senza alternative. Ma non è un percorso leggero. Essere cresciuto così significa non avere mai un vero interruttore per spegnere questa sensibilità.

Ci sono momenti di forte sovraccarico, in cui tutto pesa di più. Lavorare con le energie e con le storie degli altri richiede un investimento emotivo profondo. Ci sono periodi in cui ci si sente svuotati, come se si fosse dato troppo e restasse poco per sé.

Eppure, nonostante la fatica, so che non potrei essere altro. È qualcosa che mi appartiene nel profondo“.

A un certo punto ha scelto questa strada o è stata, in qualche modo, inevitabile?

Credo ci sia una differenza importante tra scegliere e accettare di non avere scelta. Nel mio caso, è stata una questione di appartenenza più che di decisione.

Non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso di intraprendere questo percorso. È qualcosa che si è imposto da sempre, perché il modo in cui percepisco la realtà è diverso. Quello che per molti è invisibile, per me non lo è mai stato.

Sono cresciuto in un ambiente in cui questa dimensione era presente e riconosciuta. Fin da piccolo ho sviluppato una capacità di lettura delle persone e delle situazioni che andava oltre ciò che è immediatamente visibile.

Anche la percezione delle anime fa parte di questa esperienza, ma resta un aspetto che tengo fuori dalla mia attività. È qualcosa che considero intimo, non commercializzabile.

Questa inevitabilità, però, ha un costo. Significa non poter vivere una vita completamente “ordinaria”, non poter mettere una distanza netta tra sé e ciò che si percepisce.

Ci sono momenti in cui il peso diventa forte, in cui la stanchezza è anche emotiva, non solo fisica. Ma è proprio in quei momenti che capisco che non si tratta di una scelta che posso mettere in discussione.

Non ho mai avuto vere alternative, e forse non le ho mai cercate. Perché, nonostante tutto, questa è la strada che dà senso a ciò che sono“.

Ogni percorso non convenzionale ha un costo. Qual è stato il suo?

Il costo è stato crescere troppo in fretta. Quando a undici anni ti trovi già con adulti che bussano alla tua porta in cerca di risposte, la percezione del mondo cambia radicalmente.

Non hai un filtro, non hai un porto sicuro che ti protegga. Impari da solo a distinguere chi cerca davvero aiuto da chi, invece, si avvicina solo per prendere qualcosa. Più che sentirmi usato, oggi posso dire che quel periodo mi ha insegnato a leggere le intenzioni dietro le parole.

Con il tempo capisci che molte persone non si avvicinano per rispetto o curiosità, ma spinte da un bisogno emotivo molto forte, a volte anche vorace. E questo ha un costo energetico: impari che non puoi essere sempre disponibile, che devi mettere dei confini.

Questo percorso mi ha tolto una parte di leggerezza, ma mi ha dato una struttura interiore solida. Oggi il vero costo è il sovraccarico che arriva quando scelgo di “aprire quella porta”. Ci sono momenti in cui mi sento completamente svuotato, perché non mi risparmio.

La differenza è che oggi non subisco più. Non sono più il bambino che accoglieva tutto senza difese: sono un uomo che sceglie consapevolmente quando dare e quando fermarsi.

Se dovessi sintetizzarlo, direi questo: il costo è stato un’infanzia complessa, il guadagno è la capacità di vedere oltre, anche quando gli altri vedono solo confusione“.

Ha attraversato momenti in cui ha messo in discussione tutto? E quanto è stato difficile farsi prendere sul serio all’inizio?

Mettere in discussione tutto non è stato un momento isolato, ma qualcosa che mi ha accompagnato nel tempo. Ci sono state fasi in cui avrei preferito una vita più semplice, soprattutto quando ti scontri con il pregiudizio.

Farsi prendere sul serio è stato difficile. In questo settore il sospetto è sempre presente, e spesso si viene etichettati con facilità. Essere considerato un truffatore o qualcuno che approfitta delle fragilità altrui è un’accusa pesante, che colpisce sul piano personale prima ancora che professionale.

C’è stato un episodio in particolare che mi ha segnato. Un lavoro che non ha portato il risultato sperato. Ho sbagliato, e me ne assumo la responsabilità. Nonostante questo, ho rimborsato il cliente e ho gestito la situazione con correttezza. Ma quella persona ha deciso comunque di espormi pubblicamente, danneggiando la mia reputazione.

È stato un momento duro, che mi ha fatto mettere in discussione tutto. Ma è anche da lì che è nata una scelta precisa: non promettere mai nulla.

In questo ambito le promesse sono pericolose, perché creano aspettative che nessuno può garantire. Io non posso assicurare risultati certi, perché non ho il controllo del destino. Posso mettere a disposizione esperienza, studio ed energia, ma non vendere illusioni.

Quell’esperienza mi ha insegnato che la credibilità non sta nell’essere infallibili, ma nell’essere onesti, anche quando significa dire qualcosa che il cliente non vuole sentire.

Ho ricostruito il mio percorso partendo da questo principio. Oggi intorno a me c’è una comunità ampia, fatta di persone che scelgono di fidarsi non per promesse, ma per coerenza. E, nel tempo, è questo che fa davvero la differenza“.

Il suo contesto familiare come ha reagito: supporto, diffidenza o silenzio?

È una domanda personale, e non semplice. La mia famiglia era immersa in questo mondo, ma questo non ha significato avere protezione.

La loro reazione è stata più vicina a un’accettazione silenziosa che a un vero supporto. Era come se il mio percorso fosse un dato di fatto: qualcosa da non mettere in discussione, ma nemmeno da accompagnare.

In un contesto in cui l’esoterismo era normale, non c’era spazio per la mia fragilità di bambino. Non c’è stata una protezione reale, qualcuno che si assumesse il peso di filtrare ciò che stavo vivendo.

Mi sono trovato molto presto a gestire situazioni e carichi emotivi troppo grandi per la mia età, in un silenzio che, col tempo, è diventato difficile da sostenere. Non so se fosse diffidenza o incapacità di intervenire, ma il risultato è stato lo stesso: ho dovuto imparare da solo.

Questo ha reso il percorso più duro, ma mi ha anche costretto a costruire una mia struttura. Se oggi so mettere dei confini e riconoscere le persone che ho davanti, è perché ho dovuto sviluppare questi strumenti in autonomia.

La mia forza non è arrivata da un contesto protettivo, ma dalla necessità di restare in piedi anche senza di esso“.

Se si guarda indietro, chi era prima di diventare ciò che è oggi?

Guardando indietro, vedo un bambino che è cresciuto troppo in fretta.

Prima di diventare ciò che sono oggi, ero un ragazzo che cercava di orientarsi in una realtà che sentiva più intensa di quanto fosse in grado di gestire. Una sensibilità molto forte, vissuta senza strumenti, senza un vero spazio di protezione.

Non c’è stato un tempo leggero, nel senso più comune. Già da giovanissimo mi sono trovato a confrontarmi con i problemi degli altri, con richieste e aspettative che hanno lasciato poco spazio a una dimensione più semplice.

Per molto tempo mi sono sentito esposto, quasi senza difese, come se il mio valore fosse legato solo alla capacità di rispondere ai bisogni altrui.

Allo stesso tempo, però, ero anche qualcuno che cercava di resistere. Nonostante tutto, non mi sono spento. Ho iniziato a capire che non potevo essere utile agli altri senza prima trovare un equilibrio per me stesso.

Se ripenso a quel periodo, lo guardo con una certa tenerezza. Era una fase complessa, ma necessaria. Prima ero, in qualche modo, un tramite inconsapevole. Oggi sono una persona che ha scelto di dare una direzione a quella stessa sensibilità, con maggiore consapevolezza e con dei limiti chiari“.

Oggi si sente più un ritualista, un consulente, una guida o qualcosa di diverso?

Oggi faccio fatica a riconoscermi in un’unica etichetta, perché ognuna mi sembra parziale.

La tecnica mi avvicina alla figura del ritualista, l’ascolto a quella del consulente. Ma, se devo essere onesto, mi sento soprattutto una figura di confine. Qualcuno che sta sulla soglia tra ciò che è visibile e ciò che le persone temono o desiderano.

Dopo anni in cui mi sono lasciato travolgere dalle richieste degli altri, oggi mi sento più un custode del limite. Non sono più quel bambino che assorbiva tutto senza filtri: oggi so che il mio ruolo non è risolvere la vita degli altri, ma aiutarli a guardarla con più consapevolezza.

In questo senso mi sento un traduttore: prendo il caos emotivo di chi ho davanti e cerco di trasformarlo in qualcosa di comprensibile, in un percorso, in una direzione.

Non vendo miracoli, perché in questo ambito le promesse rischiano di essere illusioni. Metto a disposizione un metodo, un’esperienza, un modo per lavorare su ciò che è bloccato.

Più che definirmi, direi che oggi sono qualcuno che ha imparato a stare dentro il proprio ruolo senza perdersi. Non più un ponte calpestato, ma un passaggio che si apre solo quando c’è la volontà reale di attraversarlo“.

Come protegge se stesso da ciò che assorbe nel lavoro con gli altri?

Proteggermi non è una scelta, è una necessità. Per anni ho vissuto come una spugna, assorbendo emozioni, paure e fragilità altrui. Il risultato era sempre lo stesso: arrivavo a fine giornata svuotato.

Oggi ho imparato a creare uno spazio di recupero. È qualcosa che avviene lontano dagli altri, in una dimensione privata in cui posso ristabilire un equilibrio.

Una parte importante di questa protezione passa dal contatto con la natura e con gli animali. Il tempo che trascorro con loro, così come quello dedicato alle piante, mi aiuta a riportarmi a una dimensione più essenziale, meno carica.

È un modo per “scaricare” ciò che accumulo e ritrovare una stabilità. Ho imparato a riconoscere il confine tra ciò che è mio e ciò che appartiene agli altri.

La vera protezione, oggi, è questa: sapere dove finisco io e dove inizia l’altro”.

Se potesse tornare indietro, cosa direbbe a sé stesso bambino?

Se potessi tornare indietro, mi siederei accanto a quel bambino e gli direi di non sentirsi sbagliato. Gli direi che è normale sentirsi stanco, sopraffatto, a volte fuori posto. Che quello che sta vivendo è difficile, ma non inutile. Gli direi che quella sensibilità, che oggi pesa, un giorno diventerà anche una risorsa, che imparerà a gestirla, a proteggerla, a darle una forma. Gli direi di non avere paura di essere diverso, perché sarà proprio quella differenza a dare senso a tutto. E forse, più di ogni altra cosa, gli direi che non è solo, anche se in quel momento può sembrarlo“.

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