Fenrir Erebus: «Il dolore delle persone non è un affare»

2 Novembre 2026

Sensitivo, necromante e cultore di tradizioni esoteriche, racconta un mondo che il cinema ha trasformato in un repertorio di paure. Dall’eredità della bisnonna ai percorsi iniziatici, una conversazione su morte, spiritualità e responsabilità verso chi cerca risposte.

La prima cosa che colpisce di Fenrir Erebus è il volto: tatuaggi, segni, scarificazioni che sembrano anticipare il racconto. Poi comincia a parlare e la conversazione prende una direzione meno prevedibile. Accanto a evocazioni e rituali emergono ricordi familiari, il rapporto con gli antenati e una posizione netta su chi promette guarigioni: «Per le malattie esistono i medici. Ogni campo ha il suo esperto».

Fenrir si definisce medium e necromante. Racconta di essere stato introdotto alle tradizioni esoteriche dalla bisnonna, di aver ricevuto un’iniziazione al voodoo a diciassette anni e di essere diventato sacerdote nel Palo Mayombe. Le sue esperienze appartengono alla sfera della testimonianza personale e della fede: ascoltarle significa entrare nel suo modo di interpretare il mondo, senza confondere il racconto con una verifica del soprannaturale.

In questa intervista a Luxury People, il mistero si intreccia con questioni molto concrete: il rispetto del lutto, i limiti di chi offre un sostegno spirituale e la facilità con cui, sui social, la sofferenza può diventare un mercato.

Lei ha raccontato di essersi avvicinato all’esoterismo fin da bambino, grazie alla sua bisnonna. Quali sono i suoi primi ricordi?

«I primi ricordi sono stati quelli di nonna che mi portava in chiesa, a volte, a lasciare i resti dei rituali. Perché si lavora anche tanto con la stregoneria popolare, soprattutto dove c’è un’impronta molto cristiana o cattolica: c’è proprio l’utilizzo delle egregore cristiane o l’uso degli arcangeli.

Come mi raccontava lei, era passato già da sua madre. Là non è successo come da me, che abbiamo saltato una generazione. Mia madre, mio padre, mio nonno non hanno mai praticato, anzi hanno sempre avuto paura. Infatti mia madre ha ancora paura di me, non mi abbraccia neanche. Qualcuno che ha bisogno, però, me lo manda».

Lei sostiene di poter comunicare con i defunti. Che cosa significa concretamente? Li vede, li sente oppure interpreta dei segnali?

«Facciamo una disamina tra il necromante, quindi l’evocatore che va a evocare un determinato defunto, e il medium, che vede, sente e parla con i defunti in modo naturale.

Io nasco come medium e sensitivo, con tutto quello che mi concerne. Quelle sono delle doti, sono delle cose che tu non hai pagato per avere, sono delle cose che ti sono arrivate. Invece le pratiche sono cose che tu hai appreso con lo studio, col tempo e anche tramite alcune iniziazioni. Come il voodoo, il Palo Mayombe, di cui sono diventato sacerdote quest’anno».

Come si diventa sacerdote? Qual è il percorso, oltre allo studio?

«A parte lo studio, devi fare vari rituali di iniziazione e consacrazione tramite il munanso, cioè la casa spirituale del tuo padrino, del tuo tata, del tuo sacerdote».

Qual è stata l’esperienza più sconvolgente della sua vita di necromante?

«Questa è una cosa che penso di non aver mai raccontato. Era già morta la mia bisnonna, perché io l’ho persa a dodici anni, e io avevo voglia di correre, di fare sempre di più, di diventare sempre più bravo. Feci l’evocazione di mio nonno. L’avevo sognato che era arrabbiato con me, però non riuscivo a vederlo fisicamente, come mi capita a volte. Quindi feci l’evocazione con tutto ciò che concerneva: portare delle offerte davanti alle sue foto, accendere delle candele dedicate proprio a lui.

Una sera si iniziarono ad accendere e spegnere le luci in camera mia. Avevo sì e no tredici anni, credo. Alla morte della mia bisnonna sono passato in affidamento con mio zio, il fratello di mio padre, il figlio di questo mio nonno. Mio zio mi disse: “Hai smesso di accendere e spegnere le luci?”.

Io ero a letto impaurito, perché, anche se pratichi, comunque da ragazzino hai paura. Da sotto le coperte ho detto: “Ma veramente io non sto facendo niente”. Sono uscito dalla coperta, sono andato in camera di mio zio e là abbiamo iniziato a sentire i passi di mio nonno per casa.

Mio nonno aveva un passo particolare perché era zoppo. In più portava delle pantofole da casa di cuoio sopra, con una suola molto rigida sotto. Quindi si sentiva un rumore molto particolare.

Anche mio zio iniziò a sentire e diceva: “Ma li senti questi passi?”. Dico: “Guarda che sono i passi del nonno”. Mi guardò e disse: “Che hai combinato?”. Dico: “L’ho sognato che era arrabbiato, ci volevo parlare, ma non sapevo che succedeva tutto questo casino”. Nel frattempo in camera mia le luci continuavano ad accendersi e spegnersi».

Le è mai capitato di spaventarsi al punto da interrompere un rituale?

«Di interrompere un rituale no, perché un rituale non dovrebbe mai essere interrotto. Se hai dei segnali all’inizio del rituale che ti stanno facendo capire che quella cosa non la devi fare, non la fai. Ora, prima di fare qualsiasi rituale, o mi affido alle mie pratiche di divinazione o mi affido a delle cartomanti che comunque non conoscono la situazione. Chiedo consiglio a loro, mi danno il responso, io metto tutto sul piatto della bilancia e vado».

Una persona che ha perso un figlio potrebbe rivolgersi a lei cercando un contatto. Come affronta una sofferenza così grande?

«Da genitore non posso capire, perché non mi è capitato e spero non mi capiti mai. Mi è capitata, però, una cosa che racconto molto perché mi ha davvero toccato. Ero a Pescara da una mia carissima amica, una dottoressa, ed era al telefono con un’amica sua. Mi chiese se questa sua amica potesse fare una tavola ouija. Io vidi questa bambina e dissi: “Ma la deve fare per la figlia?”. Io non sapevo niente di questa donna.

Lei rimase sconvolta e disse di sì. “Ma come fai a dirlo?”. Dico: “Io vedo qua una bambina sugli otto, nove anni, con i capelli mossi, biondi, vestitino bianco, molto angelica, con questa rosa blu”. Però la vedevo come in una foto.

La sera continuammo a parlare per vedere come ci potevamo organizzare. Io dissi: “Sono già venuto a Pescara, se volete spostatevi voi e venite da me, vi faccio tutto gratuitamente”. Perché le doti non le fai pagare, tu non hai pagato per averle. Non mi servivano grandi materiali, quindi quella è una cosa per cui non prendo soldi.

Poi dissi: “Partirò un giorno in ritardo, il giorno dopo andiamo noi dalla signora. Però dille che deve cercare questa foto di questa bambina vestita così”.

La madre diceva: “Ma io non ce l’ho una foto di mia figlia vestita così”, perché erano i vestiti che le aveva messo quando era morta. Dico: “Guarda che io la sto vedendo in una foto, vuol dire che lei ha una foto vestita così. Trovala quella foto”. Mandò la foto: l’aveva trovata.

Poi la signora non ha voluto continuare. Quando gli spiriti vogliono parlare, parlano e ti dicono tutto».

Nella sua visione esistono spiriti buoni e spiriti cattivi?

«Ci sono entrambi. Io faccio sempre un esempio, soprattutto a chi mi dice: “Ho visto mia nonna, mi sono spaventata”. Dico: “Scusa, tua nonna ti seviziava? Che ti faceva, che ti fa paura?”. “No, con mia nonna avevo un bellissimo rapporto”. Allora non devi avere paura.

Il fatto che tua nonna sia morta e ritorni qua come spirito per venirti a trovare non vuol dire che ti voglia fare del male. Se uno in vita è bravo, rimane bravo pure da morto. Quando uno in vita è uno stronzo, rimane stronzo pure da morto, scusa il francesismo».

La morte rimane un grande tabù. Che cosa pensa del rapporto che abbiamo con chi ci ha preceduti?

«In alcuni mazzi, nell’arcano della morte, si mette solo il numero e non si mette la dicitura sotto, proprio perché non viene nominata per questa paura.

In culture non occidentali, magari in culture asiatiche, ritroviamo invece un bellissimo rapporto con la morte e con gli antenati. È qualcosa che secondo me dovremmo riscoprire, perché ricordiamoci che, se siamo qua, è sempre frutto di chi ci ha preceduto.

Anche le nostre doti, le nostre capacità, o la cosa più scontata, il colore degli occhi, dei capelli, lo dobbiamo a chi è venuto prima di noi. Quindi dovremmo ricucire questi vecchi legami con i nostri antenati».

Il voodoo viene spesso associato alla magia nera e alle maledizioni. Che cosa vorrebbe chiarire?

«Tanti dicono: “Il voodoo è la magia più forte che c’è”. Ragazzi, facciamo una disamina: il voodoo prima di tutto è una religione, ed è una religione bellissima.

Anche la dagida, la bambola che siete abituati ad associare alla bambola con gli spilloni, in verità nasce come protettrice del richiedente. Anche io ho una dagida a casa. Non viene più chiamata dagida, ma con il mio nome, perché viene battezzata con i miei dati, affinché chi voglia lanciarmi un attacco esoterico o qualsiasi negatività la mandi sulla dagida e non su di me. Un po’ come il ritratto di Dorian Gray.

Dopo è arrivata la dagida per fare del male a qualcuno».

Un altro tema controverso è quello dei sacrifici animali. Come lo spiega all’interno delle tradizioni che pratica?

«Il sacrificio animale nel voodoo, come in altre religioni afro-caraibiche, ma anche in quelle abramitiche, lo ritroviamo. Però non c’è da confonderlo con quello che viene fatto a volte da persone che non sono cultisti, non sono religiosi: quelli sono criminali.

L’animale che si va a prendere per un sacrificio prima deve essere purificato, poi consacrato, e poi viene mangiato. Non si può levare la vita a un animale solo perché ti serve quello o ti serve quell’altro. È ritenuto irrispettoso.

C’è una grande disinformazione, dettata dall’ignoranza, dal non voler sapere, conoscere, per paura. E dai vari esempi negativi che abbiamo avuto nel tempo, nella storia, di persone che credono che servirsi della vita di un altro essere vivente possa aiutare a ottenere qualcosa in più. Ma se tu le cose non le fai con rispetto e non hai rispetto per una vita, non ti sarà mai dato niente».

Qual è il rito più particolare al quale racconta di aver assistito?

«Ho assistito a delle cerimonie quando sono stato battezzato nel voodoo, quando c’era la cavalcatura da parte di un loa su un fedele. Per noi, nella nostra religione, la possessione non è una cosa negativa, anzi è un onore.

Si dice “monta” perché noi pensiamo che lo spirito ti cavalchi a livello esterno, non che entri dentro di noi. Il nostro involucro da esseri umani non può contenere l’energia di uno spirito elevato, come un intermediario tra la divinità e noi.

Uno dei riti più particolari che ho visto, che mi è rimasto nella mente, è stato quando questa persona veniva montata dal Baron Kriminel, un loa legato alla morte, ma più che altro alla vendetta, ed era armata di machete. Questo machete consacrato veniva usato all’inizio della cerimonia per spaccare le noci di cocco, per dimostrare che era affilatissimo. Quando il fedele veniva cavalcato, prendeva questo machete e si percuoteva, ma non c’erano tagli sul corpo.

In altre cerimonie c’è stata la possessione da parte di spiriti serpenti, come Damballa Wedo. Le persone strisciavano proprio come serpenti: sembrava un movimento innaturale del corpo. È emozionante e ti lascia comunque qualcosa».

Lei colleziona oggetti esoterici. Quali sono quelli a cui tiene di più?

«Ne ho tanti di cui vado fiero. Principalmente le monete del traghettatore, che sono esposte al Museo della Stregoneria Contemporanea di Torino, da cui sono tornato ora. Sono monete antiche dell’antica Grecia che ritraggono la dea Cerere. Quelle monete venivano messe sugli occhi dei defunti come paga per Caronte, il traghettatore delle anime.

A casa ho anche un antico lacrimatorio in cristallo. In più ho la campana dei monatti: è una campana in ottone, grossa, con un manico bello sottile. I monatti, quando passavano col carretto per recuperare i morti di peste, suonavano per far chiudere le persone in casa».

Esiste un codice etico che disciplina i rapporti all’interno della sua comunità spirituale?

«Nelle nostre religioni sì. Per esempio, chi fa parte del munanso, di questa grande famiglia spirituale, non può avere rapporti sessuali tra di loro. Il tuo padrino non può avere un rapporto con una tua figlioccia, perché la mano che si posa sul capo per proteggere non si può posare sul corpo. Questa è una delle prime cose etiche.

Poi penso che l’etica vari da persona a persona, a parte le regole di casa spirituale o di tempio. Io, per esempio, come mia etica, avendo anche tante divinità che sono protettrici dei bambini, avendo due figli, se qualcuno mi chiede qualcosa su persone di giovane età non prendo in carico la situazione».

Le vengono chiesti anche legamenti sentimentali. Come valuta queste richieste?

«Mi hanno contattato ragazzini di ventidue, ventitré anni che vogliono fare legamenti ad altri ragazzi. Ma ragazzi, avete una vita davanti, per favore! Il legamento non è un rito che sono molto contento di fare, a meno che non ci sia una buona motivazione. Chi viene da me è quello innamorato perso oppure è solo ossessionato. A volte entra in gioco anche l’amor proprio, entra in gioco il fatto di non accettare il rifiuto da parte dell’altro. Quella è una cosa che io analizzo: vediamo se è uno sfizio o se davvero c’è un sentimento.

Il mio cliente deve essere tutelato in tutto e per tutto. Qualsiasi cosa, è l’operatore che si deve fare carico della responsabilità di qualsiasi gestione energetica».

Che rapporto ha con i social e con il modo in cui vengono raccontate queste tematiche?

«Ti dico la verità: dieci anni fa volevo allontanarmi dal mondo del web, dei social media, perché ho visto davvero delle cose assurde. Gente che diceva di curare dai tumori per cifre esorbitanti. Per le malattie, per le patologie, esistono i medici, sia che siano fisiche che mentali. Ogni campo ha il suo esperto e nessuno dovrebbe sostituirsi ad altro, soprattutto se non si hanno le competenze.

L’aiuto spirituale è un conto. Io posso supportare con preghiere o con l’accensione di una candela e una richiesta a una determinata divinità, ma è un supporto. E di solito, se lo faccio, anche quella è una cosa per cui non voglio nulla. Ho visto tante cose, da cui mi sono allontanato. Ho cancellato i miei profili e cambiato il numero di telefono, perché non volevo essere più cercato da nessuno. Dicevo: “Venite da me sempre quando vi truffano e poi io vi devo risolvere”.

Voglio fare guerra a tutti questi che danno false speranze alle persone, le truffano oppure prendono soldi e poi spariscono. Ho visto un’escalation da quando c’è stato il periodo del Covid: il primo che non sapeva come guadagnarsi qualcosa si inventava, si buttava su un social e si metteva a fare le carte».

Quanto conta, nel suo percorso, aver incontrato delle guide?

«Io ho trovato la mia mambo, che era colombiana. Dico “era” perché purtroppo non c’è più, e abitava qua in Italia. Come ho avuto la fortuna di trovare il mio tata e la mia yaya qua in Italia, ma loro sono venezuelani. Ho sempre trovato tutto ciò che mi serviva qua in Italia, come se gli spiriti mi avessero messo sempre sul sentiero verso le guide dalle quali apprendere, poter attingere sempre di più e diventare sempre più bravo».

Il suo volto presenta tatuaggi e scarificazioni. Qual è il loro significato?

«La scarificazione è un processo che fai per l’attraversamento di una fase, un po’ come le fasi alchemiche, tra nigredo, albedo e rubedo. In alcune culture ci sono questi processi che, tramite la tua sopportazione del dolore, ti fanno capire se sei passato dalla fase di bambino alla fase di adulto. A volte vengono usati anche come decorazioni.

Io ho fatto questo come processo. Ho subito, ho sopportato, perché comunque il dolore è tanto, ma soprattutto mi sono servito della carne che è stata levata da sotto l’occhio per poter fare delle offerte importanti per una cosa che mi stava a cuore. Posso dire che mi è stata data, ed era una cosa che non poteva mai avvenire».

Si è mai chiesto: perché proprio a me?

«Io credo che quella sia una domanda che si vuole fare chi si vuole sentire un po’ vittima. Per me è bellissimo e mi prendo cura di tante persone. Sul mio profilo Facebook ho i ringraziamenti di una marea di persone che ho aiutato negli anni. Tante le ho aiutate pure gratuitamente. Quando ti mandano benedizioni o delle parole che sono davvero dettate dal cuore, è una cosa stupenda.

Non sento il peso di questo. A volte è stressante perché le persone sono tante da seguire, indubbiamente. Ma non sento un peso che dico: “È troppo grande da portare”. Anche perché la vita non ci dà mai qualcosa che è troppo per noi. Magari ci dà qualcosa in più per farci capire quanto siamo forti».

Ultimi articoli

Francesca Caon

La trasversalità del mio background costituisce un valore aggiunto che ho saputo mettere al servizio dei miei clienti, sia come ufficio stampa che come PR.

Ultimo numero

Don't Miss