Serena Fumaria, mental coach e fondatrice di Nena, racconta il narcisismo senza etichette: spostando lo sguardo su ciò che non vogliamo vedere e il motivo per cui restiamo.
C’è un momento in cui la vita smette di essere lineare e diventa una frattura. Non succede fuori, succede dentro. È quel punto in cui quello che eri non ti protegge più e quello che diventerai non esiste ancora.
Serena Fumaria è passata da lì.
Prima c’era un’altra vita: indossatrice, hostess, contesti in cui il valore passa anche e soprattutto da come appari, da quanto sei percepita, da quanto sei all’altezza di uno standard che non ti appartiene mai davvero.
Un mondo fatto di superfici impeccabili e dinamiche invisibili. Poi, a un certo punto, qualcosa si rompe. Una relazione violenta, un’esperienza che non lascia spazio alla teoria ma impone una scelta immediata: continuare a restare o cambiare tutto.
Serena sceglie di non restare. Non nel modo più semplice, non nel modo più raccontato. Non esce solo da una relazione, esce da una dinamica. E da lì inizia un percorso che non ha nulla di lineare: terapia, dolore, il corpo che reagisce, fino a una neuropatia degenerativa e una vita che cambia completamente assetto.
È in quel punto che nasce qualcosa. Prima il coaching, come risposta immediata a un’urgenza concreta. Poi lo studio, l’esperienza, il confronto con centinaia di storie. E infine Nena: un progetto che è insieme metodo e comunità. Il nome arriva da lontano, da quando da bambina non riusciva a dire “Serena”. Oggi è una rete viva di persone che lei chiama “colibrì”: piccoli, ma fortissimi. Capaci di restare liberi anche dentro le relazioni più complesse.
Il suo lavoro si muove su una linea sottile: non spiegare chi è il narcisista, ma perché certe dinamiche funzionano.
Serena, oggi la parola “narcisista” è ovunque: cosa rischiamo di non capire più, proprio perché la usiamo troppo?
“È vero, la parola narcisista è super utilizzata perché fa business purtroppo oggi. Parlare di narcisismo significa aprire un mondo di ascolti nei social. Quando ho iniziato io, eravamo in due a parlarne online in Italia. Oggi, un po’ perché le persone vogliono stare al centro dell’attenzione, un po’ perché dietro questa parola c’è un business molto più ampio di quello che si vede, tutti ne parlano.
Questo è molto dannoso, perché la differenza tra narcisismo e narcisista è enorme. Il narcisismo patologico è un disturbo di personalità, mentre una persona con tratti narcisistici può avere un ego sviluppato, ma non lede l’identità dell’altro. Il narcisismo patologico invece ha caratteristiche specifiche che possono essere diagnosticate solo da psicoterapeuti.
Quando diciamo a qualcuno “sei un narcisista patologico”, stiamo dicendo qualcosa che non possiamo realmente stabilire. Noi possiamo comprendere cosa succede a noi attraverso l’altro, cioè cosa l’altro ci smuove. Il mio lavoro è far capire a chi finisce in queste dinamiche che cosa vive e aiutarlo a tornare su se stesso“.

Nei suoi contenuti insiste spesso su un punto scomodo: il ruolo di chi resta. Quando una relazione diventa davvero tossica e quando invece è una dinamica che scegliamo, anche inconsapevolmente, di non interrompere?
“La dinamica tossica c’è quando una persona perde la propria identità. E questo vale per tutte le relazioni, non solo con i narcisisti.
Io preferisco parlare di manipolazione più che di narcisismo patologico. Perché di relazioni tossiche ce ne sono tante e non necessariamente per mano di narcisisti. Ci sono persone rabbiose, vittimiste, persone che manipolano la realtà attraverso comportamenti che mettono l’altro nella condizione di perdersi.
Pensa a chi esplode per rabbia: tu inizi a chiederti cosa hai fatto e fai un passo indietro. Se sei empatico ti preoccupi per l’altro. Anche questa è una forma di manipolazione, ma non ci si pensa mai.
La dinamica del restare è molto più profonda. Chi resta spesso è stato abituato nella sua vita a sopportare certi livelli di tossicità. È uno schema. Può derivare dalla famiglia, ma anche da relazioni precedenti. Normalizziamo ciò che non andrebbe normalizzato“.
Il love bombing viene raccontato come una trappola: cosa scatta davvero dentro chi lo riceve?
“Il love bombing è la massima esaltazione della “preda”. Io preferisco chiamarla così.
Lo schema narcisistico ha quattro fasi: love bombing, gaslighting, scarto e ritorno. Il love bombing è la fase più eccitante, perché il narcisista sceglie la persona e la convince ad avvicinarsi studiandone i bisogni e i vuoti emotivi, riempiendoli esattamente come quella persona desidera.
Ma c’è una cosa importante: il narcisista fa all’altro ciò che vorrebbe ricevere. Vuole essere messo al centro, vuole sentirsi vivo attraverso gli occhi dell’altro. Queste sono cose che capisci solo quando lavori davvero con le persone, non le trovi nei libri. Il love bombing serve anche a loro per esistere”.

Il narcisista prova emozioni autentiche o interpreta un ruolo?
“Dipende. Con gli altri interpretano un ruolo, quasi sempre. Ma provano anche emozioni autentiche, solo che sono l’opposto di quelle che mostrano.
Dentro c’è un profondo senso di inadeguatezza, una paura enorme di tutto ciò che è permanente, di ciò che richiede responsabilità, di ciò che muove il cuore. Sono vittime del loro stesso modo di essere.
Si rendono conto del danno che fanno, ma anche del danno che subiscono. Perché non saranno mai amati per ciò che sono, ma solo per ciò che mostrano“.
Qual è il segnale più sottovalutato all’inizio di una relazione?
“Il nostro sesto senso ha un valore immenso. Ogni volta che hai a che fare con una persona che mente, lo senti. Solo che lo ignori. Perché il loro modo di sedurre è così potente che ti fa sentire al centro e tu inizi ad ascoltare quello che vuoi sentire, invece di ciò che percepisci davvero“.
Nel lavoro con le persone, qual è la resistenza più forte che incontra quando si arriva al momento di lasciare andare?
“Lasciare andare significa uscire da uno schema, e gli schemi sono comodi anche quando fanno male.
La resistenza più grande è proprio questa: restare in qualcosa che conosciamo, anche se ci distrugge, piuttosto che affrontare l’incertezza“.
Prima mi diceva che oggi ama il silenzio. È qualcosa che ha imparato nel tempo?
“Sì. Io prima facevo, facevo, facevo. Uscivo tutte le sere. Oggi invece adoro il silenzio e il vuoto, perché è lì che mi ritrovo. Io sono davvero io quando non c’è altro a parte me. E questo non vuol dire essere asociali, vuol dire stare bene anche in mezzo a un milione di persone“.
In che senso?
“Sai quando dici: “Mi sento sola anche in mezzo a un milione di persone”? Ecco, io oggi ti dico il contrario: sto bene anche in mezzo a un milione di persone.
Perché anche se ho davanti cinquanta persone tossiche che mi attaccano, io resto nel mio. Prima invece mi veniva l’ansia, dovevo essere perfetta.
Oggi so che il mio valore è indipendente da tutto questo. Se qualcuno mi giudica, non è perché urla più forte che ha ragione. Io so cosa sono“.
È forza o è qualcos’altro?
“Non è forza. È consapevolezza. È autostima. È anche accettare che non si può piacere a tutti“.
Si parla molto di controllo delle emozioni. Lei come lo vede?
“Se ne parla in modo molto superficiale. Le emozioni non si devono controllare, vanno vissute tutte. Se le controlli troppo, le somatizzi. Le emozioni sono transitorie: se oggi sei triste, non sei la tristezza. Se sei arrabbiata, non sei la rabbia. Capire questo cambia tutto“.
C’è stato un incontro che le ha cambiato davvero la prospettiva?
“Tutti. Io li chiamo i miei “colibrì”. Ogni persona che incontro mi cambia. Le persone con me entrano in un livello di intimità molto profondo. Non è quello che pensano di me che mi cambia, ma quello che mi portano”.
Oggi, rispetto a qualche anno fa, cosa sente di aver compreso in modo diverso sull’amore?
Che l’amore non è intensità, non è perdere se stessi. L’amore è restare ma restare prima di tutto dentro di sé.
Se dovesse dire una verità che nessuno vuole sentirsi dire sul narcisismo, quale sarebbe?
“Che non è mai solo colpa dell’altro“.
Cosa vorrebbe dire alla lei di dieci anni fa?
“Le direi: continua a sbagliare. Perché è solo sbagliando che sono arrivata qui. Non cambierei nulla, anche se è stato doloroso. Perché mi ha portato esattamente dove volevo arrivare. Alla fine, forse, il narcisista non è il centro della storia. È solo il punto da cui iniziamo a raccontarla“.
