Dalla carriera di modella alle collaborazioni con importanti maison internazionali, fino allo styling, alla direzione artistica e alla creazione del progetto di abiti su misura 1er Étoile. Aldy Thelax, racconta un percorso in cui moda, creatività e comunicazione si incontrano, trasformando ogni abito in una forma di espressione personale.
Ci sono abiti che attirano l’attenzione e altri che riescono a raccontare qualcosa di chi li indossa. Per Aldy Thelax, stylist, direttrice artistica e imprenditrice della moda, la differenza sta proprio nella capacità di costruire un’immagine che non sia soltanto esteticamente riuscita, ma che abbia anche una propria identità.
Di origine polacca, Aldy ha costruito la sua carriera tra l’Italia e le principali capitali internazionali della moda. Dalle prime esperienze come modella e fitting model per importanti maison, tra cui Roberto Cavalli ed Ermanno Scervino, al lavoro negli showroom, fino alla direzione artistica di progetti legati alla gioielleria e alla costruzione dei look per i red carpet.
Un percorso che l’ha portata a sviluppare una visione dello stile nella quale convivono conoscenza sartoriale, ricerca estetica e sensibilità per la comunicazione. E che ha trovato un’ulteriore espressione nella nascita di 1er Étoile.
A Luxury People racconta il suo rapporto con la moda, il lavoro dietro le quinte degli eventi internazionali e il significato che attribuisce oggi al lusso, in un settore dove l’immagine è sempre più centrale nella costruzione dell’identità personale e di quella dei brand.
Partiamo da prima dei red carpet: chi era Aldy prima di diventare stylist? Ci racconti il suo percorso e il momento in cui ha capito che la sensibilità per l’immagine poteva diventare una professione.
“La moda è entrata nella mia vita molto presto. Mia madre era stilista e, fin dai miei primi giorni di vita, mi portava con sé tra tessuti, sarte e laboratori. Il mio amore per questo mondo e il sogno di creare qualcosa di mio sono nati proprio lì, anche se successivamente ho seguito un percorso diverso.
Sono arrivata in Italia per lavorare come modella. Adoravo Venezia e ho deciso di fermarmi in Veneto anche per amore. Poi mi sono trasferita a Padova, dove studiavo Scienze della comunicazione.
Il Veneto, con le sue aziende e i suoi laboratori, è stato una scuola straordinaria. Ho lavorato come modella e fitting model per realtà come Roberto Cavalli, Ermanno Scervino, Chloé, Bikkembergs, Byblos e Anteprima, oltre che per aziende specializzate nel denim e laboratori che realizzavano capi per Chanel.
Sono state esperienze fondamentali perché mi hanno permesso di imparare osservando da vicino il lavoro dei grandi professionisti della moda: dalla scelta dei tessuti alla vestibilità, dalla costruzione di un capo fino allo sviluppo delle collezioni.
A un certo punto, però, una malattia mi ha costretta a interrompere il lavoro di modella. Dopo essermi ripresa, ho iniziato a lavorare a Milano, collaborando con uno showroom di ricerca. È stata l’occasione per conoscere anche la dimensione commerciale della moda: la selezione delle collezioni, il rapporto con i buyer e le esigenze delle boutique internazionali.
Ho cominciato a viaggiare moltissimo, frequentando le Fashion Week di Parigi, Milano e New York, oltre a Los Angeles. Erano occasioni preziose per osservare le tendenze, confrontarmi con professionisti del settore e comprendere le dinamiche del mercato internazionale.
Successivamente sono tornata a lavorare anche come modella e fitting model per Stefanel, con cui ho collaborato complessivamente per quindici anni. È proprio in quel contesto che ho iniziato ad avvicinarmi allo styling. Partecipavo ai brainstorming con il team creativo e contribuivo alla preparazione dei look per le sfilate e i lookbook.
L’azienda teneva in considerazione anche il mio punto di vista, perché viaggiavo continuamente, frequentavo gli eventi del settore ed ero in contatto con buyer internazionali. Potevo quindi condividere idee, osservazioni ed esigenze raccolte direttamente sul mercato.
Con il tempo ho capito che la parte commerciale, pur avendomi insegnato moltissimo, non rappresentava pienamente la mia indole. Mi sentivo soprattutto una persona creativa e sapevo che non avrei potuto fare la modella per tutta la vita.
Ho deciso così di prendermi un anno sabbatico per capire quale direzione dare alla mia carriera. Durante quell’anno ho lavorato a Venezia, organizzando eventi per un noto hotel con un club, in occasione della Biennale e del Festival del Cinema. Erano eventi che coinvolgevano DJ di fama internazionale, talent e celebrity italiane e straniere. Quell’esperienza mi ha avvicinata al mondo dello spettacolo e degli eventi, che ho continuato a frequentare tra Cannes, Los Angeles, Milano e Parigi.
Il mio percorso professionale ha preso una direzione sempre più definita verso lo styling quando un’azienda di gioielli mi ha contattata per organizzare sfilate e shooting fotografici, affidandomi la direzione artistica. La collaborazione si è progressivamente ampliata: ho iniziato a occuparmi anche dello styling, dei cataloghi e dello sviluppo di strategie per i contenuti social.
Ogni mese dovevo costruire una storia diversa, scegliendo abiti, colori e ambientazioni capaci di valorizzare le collezioni. È stato in quel momento che ho compreso quanto tutte le mie esperienze precedenti potessero confluire in un’unica professione.
Da quel lavoro è nato anche il desiderio di realizzare personalmente alcuni dei capi che utilizzavo. Dopo essere stata selezionata per un programma dedicato alle giovani imprenditrici in Polonia, ho iniziato a creare abiti su misura per i miei progetti di styling. Alcuni li indossavo io stessa, altri hanno suscitato l’interesse delle mie clienti. È così che ha cominciato a prendere forma 1er Etoile.ho iniziato a creare abiti su misura per i miei progetti di styling. Alcuni li indossavo io stessa, altri hanno suscitato l’interesse delle mie clienti. È così che ha cominciato a prendere forma 1er Étoile.
Parallelamente, ho proposto all’azienda di gioielli con cui collaboravo un progetto di product placement al Festival del Cinema di Venezia. L’idea era coinvolgere personalità in linea con l’identità del marchio e costruire per loro un’immagine completa, capace di valorizzare i gioielli sul red carpet.
In alcune occasioni li indossavo personalmente come testimonial, in altre coinvolgevo talent, scegliendo abiti di altri brand oppure utilizzando le mie creazioni.
È così che è iniziato il mio lavoro sui red carpet. Guardando indietro, credo che il mio percorso sia stato una continua evoluzione: ogni esperienza ha aggiunto qualcosa, fino a permettermi di unire la conoscenza dei capi, la sensibilità per l’immagine e la capacità di organizzare un progetto creativo“.

Quando incontra una persona che deve vestire, da dove comincia? Quanto conta ascoltare la sua storia, capire come si vede e che cosa desidera comunicare agli altri?
“Per me il punto di partenza è sempre la persona, non l’abito. Prima di pensare a un look cerco di capire chi ho davanti, quale sia la sua personalità, come si percepisca e soprattutto come desideri essere vista. C’è chi ama attirare l’attenzione e chi preferisce un’eleganza più discreta. C’è chi si sente a proprio agio sperimentando e chi, invece, ha bisogno di riconoscersi in qualcosa di più essenziale. Sono aspetti che bisogna comprendere prima di fare qualsiasi scelta estetica.
Ascoltare è fondamentale, ma lo è anche osservare. A volte le persone raccontano di sé qualcosa che non coincide del tutto con ciò che esprimono attraverso il linguaggio del corpo o il modo di vestirsi. Il mio compito non è trasformarle in qualcun altro, ma aiutarle a trovare un’immagine in cui possano riconoscersi e sentirsi sicure.
Naturalmente cerco anche di proporre qualcosa di nuovo, magari un colore, una silhouette o un accostamento che non avrebbero scelto spontaneamente. Lo styling deve saper sorprendere, ma senza forzare la personalità di chi indossa i capi.
Amo le donne e mi piace pensare che, attraverso il mio lavoro, possa contribuire a farle sentire belle, femminili, sicure di sé e forti. Non credo esista un unico modello di bellezza o di femminilità: ognuna dovrebbe avere la libertà di esprimere la propria, senza sentirsi obbligata a somigliare a qualcun’altra. Credo che un look funzioni davvero quando una persona non si sente semplicemente ben vestita, ma perfettamente a proprio agio con l’immagine che sta comunicando”.
Sul red carpet un abito può diventare una dichiarazione pubblica. Come trova l’equilibrio tra la personalità di chi lo indossa, le aspettative dei brand e il desiderio di creare un’immagine che lasci il segno?
“Il red carpet è un contesto particolare perché tutto viene osservato, fotografato e commentato. Un’immagine può raggiungere un pubblico enorme in pochissimo tempo, quindi ogni scelta deve essere valutata con attenzione. Quando costruisco un look devo considerare diversi elementi: la persona che lo indosserà, il tipo di evento, il messaggio che vogliamo trasmettere e, naturalmente, l’identità dei marchi coinvolti.
Non sempre l’abito più spettacolare è quello giusto. A volte una scelta eccessiva può attirare l’attenzione, ma finire per mettere in secondo piano la persona. E questo, secondo me, è un rischio da evitare.
Anche quando collaboro con un brand, cerco di creare un equilibrio. Un abito o un gioiello devono essere valorizzati, ma devono anche dialogare con chi li indossa. Questo equilibrio cambia a seconda di chi promuove il progetto: quando lavoro su incarico di un brand, il mio obiettivo è valorizzarne l’identità attraverso una scelta coerente con la persona che lo rappresenta. Quando invece lavoro direttamente per un talent, posso concentrarmi maggiormente sulla sua personalità, sui suoi desideri e su ciò che la fa sentire sicura di sé. In entrambi i casi, se manca questa armonia, il risultato rischia di sembrare costruito.
Ci sono poi aspetti molto concreti da considerare. Un look deve funzionare dal vivo, ma anche davanti agli obiettivi dei fotografi, con luci e inquadrature differenti. La vestibilità, le proporzioni e i dettagli assumono quindi un’importanza enorme.
Per me un red carpet riuscito non è necessariamente quello che fa più rumore. È quello in cui l’immagine rimane impressa perché riesce a esprimere qualcosa di riconoscibile“.

I gioielli occupano uno spazio importante nel suo lavoro. Come sceglie il pezzo che dà carattere a un look? E quando, invece, un gioiello bellissimo rischia di togliere forza all’insieme?
“I gioielli hanno una capacità straordinaria: possono cambiare completamente il carattere di un look, anche quando l’abito rimane lo stesso. Il mio percorso nello styling è nato proprio dai gioielli. Anche il mio progetto di abiti su misura ha preso forma con l’obiettivo di accompagnarli e valorizzarli. Con il tempo, lavorando direttamente con i talent, questo processo si è talvolta invertito: quando la scelta ricade su un abito particolarmente elaborato, preferisco abbinarvi un gioiello più discreto, capace di valorizzare la persona e l’abito senza appesantire l’insieme.
Nella scelta considero innanzitutto le proporzioni, la scollatura, il tessuto, i colori e, naturalmente, il viso e la personalità della persona che deve indossare i gioielli.
Un gioiello importante può diventare il protagonista dell’immagine. In quel caso, però, tutto il resto deve essere costruito per valorizzarlo. A volte basta una linea pulita, un abito essenziale o un’acconciatura studiata per mettere in evidenza un pezzo particolare.
Il problema nasce quando si cerca di dare risalto contemporaneamente a troppi elementi. Un abito molto elaborato, un gioiello vistoso, un trucco importante e un’acconciatura complessa possono entrare in competizione tra loro.
Nel mio lavoro con le aziende di gioielleria ho imparato quanto sia importante costruire un racconto visivo intorno all’oggetto, senza perdere di vista l’equilibrio complessivo.
Credo che la vera eleganza richieda anche la capacità di rinunciare. A volte togliere un elemento è proprio ciò che permette a tutto il resto di acquistare maggiore forza“.
Ha lavorato tra editoriali, campagne, televisione, videoclip e contenuti social. Come cambia il suo modo di costruire un’immagine a seconda del mezzo? Può raccontarci un caso in cui ha dovuto ripensare completamente un’idea?
“Ogni mezzo ha un linguaggio diverso e richiede un approccio specifico. Quando entro in un progetto, è un po’ come se dovessi interpretare un personaggio: cerco di comprenderne il linguaggio, l’identità e l’universo visivo per poi tradurli in immagini.
In un editoriale fotografico posso lavorare molto sulla composizione, sulle forme e sull’atmosfera. Ho la possibilità di costruire un’immagine quasi cinematografica, studiando ogni dettaglio. In televisione o in un videoclip, invece, devo considerare il movimento, le luci e il modo in cui i tessuti reagiscono davanti alla telecamera. Un abito che funziona perfettamente in uno scatto fotografico non necessariamente restituisce lo stesso effetto in video.
Nei contenuti social il linguaggio è ancora diverso, perché l’immagine deve riuscire a comunicare qualcosa in pochi secondi. Ma questo non significa che debba essere meno curata. Anzi, proprio perché tutto viene consumato rapidamente, è fondamentale avere un’idea chiara.
Nel mio lavoro mi è capitato spesso di dover modificare un progetto creativo per difficoltà impreviste. Ricordo, per esempio, le ricerche quasi impossibili di un capo in una tonalità molto precisa di rosa cipria o di giallo, in un periodo dell’anno in cui quel colore non era disponibile. Oppure la necessità di organizzare uno shooting in un’ambientazione innevata quando, semplicemente, la neve non c’era“.
Mi è successo anche di dover ripensare completamente un look a pochi minuti da un red carpet, perché il talent aveva cambiato idea e non desiderava più indossare l’abito scelto mesi prima. In quei momenti bisogna essere capaci di trovare rapidamente un’alternativa, senza perdere di vista la personalità di chi si veste e l’identità del progetto.
Proprio dalle difficoltà nel reperire i capi necessari agli shooting è nata la decisione di iniziare a realizzarli personalmente. Credo che la creatività non consista soltanto nell’avere una bella idea, ma anche nel riuscire a trasformarla in qualcosa di concreto, nonostante gli imprevisti“.
Nel suo portfolio lo styling si intreccia con la direzione artistica, come nei progetti per Pesavento. Come nasce il racconto visivo di un marchio e come riesce a renderlo riconoscibile senza ripetere sempre le stesse formule?
“Per costruire il racconto visivo di un marchio bisogna prima di tutto comprenderne l’identità. Non basta conoscere i prodotti: bisogna capire quali valori rappresentano, a quale pubblico si rivolgono e quale percezione desiderano trasmettere. Il lavoro inizia da lì. Successivamente si costruisce un universo visivo attraverso la scelta dei colori, degli abiti, delle ambientazioni, delle modelle e di tutti gli elementi che contribuiscono a definire un’immagine.
Nel settore della gioielleria questo processo è particolarmente interessante perché un gioiello può essere interpretato in modi molto diversi. Lo stesso pezzo può apparire sofisticato, contemporaneo, romantico oppure audace, a seconda del contesto in cui viene inserito e del modo in cui viene indossato.
L’importante è che ogni interpretazione rimanga coerente con il carattere del marchio. Credo che la sfida più grande sia proprio questa: mantenere una riconoscibilità senza diventare prevedibili.
Per riuscirci bisogna continuare a osservare ciò che accade intorno a noi, non soltanto nella moda, ma anche nell’arte, nel cinema, nell’architettura e nella società. Tutto può diventare una fonte di ispirazione. Sono una persona estremamente curiosa e, per natura, iperattiva. Osservo continuamente ciò che mi circonda, alla ricerca di nuovi stimoli e suggestioni. Spesso, mentre sto ancora sviluppando un’idea, la mia mente è già proiettata verso quella successiva. È un’attitudine che alimenta costantemente la mia creatività e mi spinge a cercare nuove possibilità espressive.
Le esperienze internazionali e il contatto con mondi differenti mi hanno insegnato a guardare oltre il singolo prodotto. Quando lavoro alla direzione artistica, infatti, non penso soltanto alla realizzazione di belle immagini, ma a costruire un racconto che abbia una sua continuità. Un marchio deve poter evolvere, sperimentare e rinnovarsi, senza perdere ciò che lo rende riconoscibile“.
Per lei, oggi, che cosa rende un’immagine davvero lussuosa? Il valore dei capi e dei gioielli, la qualità dei dettagli o qualcosa che non si può comprare?
“Credo che il lusso sia un insieme di elementi, ma non lo identificherei esclusivamente con il valore economico di ciò che indossiamo. Naturalmente la qualità è fondamentale. Un tessuto pregiato, un abito costruito bene, una lavorazione artigianale o un gioiello realizzato con grande cura hanno un valore che va riconosciuto.
Avendo avuto la fortuna di conoscere la moda anche dall’interno dei laboratori, so quanto lavoro, quanta esperienza e quanta competenza ci siano dietro un prodotto di alta qualità ma penso che il lusso abbia anche una dimensione più personale. Puoi indossare un abito costosissimo e non riuscire a valorizzarlo, così come puoi costruire un’immagine estremamente elegante attraverso pochi elementi scelti con intelligenza.
Per me contano la personalità, l’armonia, il modo di muoversi e soprattutto la capacità di sentirsi a proprio agio con ciò che si indossa.
Personalmente, mi riconosco molto nel principio del less is more. Sono perfezionista e tendo istintivamente a eliminare il superfluo, cercando linee pulite ed equilibrio. Questo non significa, però, che l’eleganza debba necessariamente coincidere con la semplicità. Ammiro profondamente chi sa accostare elementi molto diversi, anche apparentemente lontani tra loro, riuscendo a creare un insieme armonioso e raffinato. È una sensibilità rara, che richiede grande gusto e consapevolezza estetica.
È anche la filosofia che cerco di esprimere attraverso 1er Etoile: creare capi che valorizzino l’individualità, anziché imporre un modello di bellezza uguale per tutte.
Viviamo in un’epoca in cui siamo continuamente esposti a immagini, tendenze e modelli da imitare. Proprio per questo credo che avere uno stile personale sia diventato ancora più prezioso.
Il vero lusso, per me, è potersi permettere di essere sé stessi, senza sentire il bisogno di assomigliare a qualcun altro“.

Gloria Fregonese. Ph. Andrea Marcato.